Vacanze in Costiera Sorrentina

Il nostro viaggio tra le bellezze della Costiera sorrentina continua…
Meta

Il piccolo borgo di Meta si trova nella parte finale della costiera sorrentina e proprio la sua posizione geografica ha dato il nome a questo luogo. Infatti, la chiesa più importante del paese, la Basilica della Madonna del Lauro, è stata costruita sui resti di un antico tempio dedicato alla dea Minerva che segnalava il punto finale della penisola. Ed è proprio la chiesa del Lauro ad annunciare ai visitatori provenienti da Punta Scutolo, l’arrivo nel comune di Meta.

Meta offre ai visitatori non solo panorami mozzafiato ma anche prodotti enogastronomici di eccellenza. L’intera costiera sorrentina, infatti, può vantare la presenza di una serie di aziende biologiche che accrescono l’importanza del territorio.

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Vico Equense

Il territorio di Vico Equense è il più esteso della Penisola sorrentina perché comprende, oltre la cittadina omonima, una serie di piccoli borghi, detti Casali, posti su morbide alture fitte di agrumeti, viti ed olivi e sorti come estremo rifugio degli abitanti di queste zone.

In effetti, Vico Equense era priva di qualsiasi costruzione difensiva e per questa ragione fu preda di numerosi attacchi. Fu solo alla fine del XIII secolo che la città fu circondata da mura difensive e fu costruito il castello Giusso, una struttura militare e residenziale. La tradizione vuole che il castello sia stato edificato da Carlo II d’Angiò, con lo scopo sia di difendere il piccolo borgo di Vico Equense, sia di utilizzarlo come residenza estiva; tuttavia l’ipotesi più accreditata è che il maniero sia stato costruito dal feudatario Sparano di Bari, ottenendo anche un finanziamento dal re angioino.

Nel corso degli anni la struttura ha subito notevoli mutamenti che ne hanno alterato l’aspetto originario. Oggi viene utilizzato per cerimonie, meeting ed esposizioni d’arte. Della sua fisionomia originale rimane ben poco, solo parte della cinta muraria ed una terrazza sul mare.

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Per i turisti che fanno tappa a Vico Equense vi è anche la possibilità di visitare alcuni importanti musei:

  • Museo Mineralogico Campano: la struttura culturale è stata inaugurata il 22 ottobre del 1992 e costituisce uno dei musei scientifici più importanti della Regione Campania per il numero, la varietà e la rarità dei campioni esposti.
  • Antiquarium “Silio Italico”: Il museo ospita circa 200 reperti di varie civilta (greca, etrusca, italiche) disposti in tre sale, testimonianza dell’antico insediamento urbano che comprende un periodo che va dal VII al III secolo a.C. Il moderno allestimento attraverso pannelli didattici ricostruisce anche le vicende della Necropoli dove, in varie fasi a partire dal 1956, sono state rinvenute circa 200 tombe.
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Il territorio di Vico Equense e della Penisola Sorrentina in generale vanta una lunga tradizione di cultura cinematografica. Per tale ragione è stata allestita una mostra permanente della cultura filmica con l’intento di creare un vero e proprio “Museo del Cinema del territorio e della Penisola Sorrentina” ove sia possibile ripercorrere, attraverso centinaia di immagini, manifesti, documenti d’epoca e testimonianze multimediali, quella che appare come la vera epopea del cinema nel territorio.

L’importanza che il cinema riveste sul territorio è ulteriormente testimoniata dal Social World Film Festival, la Mostra Internazionale del Cinema Sociale, un festival che vuole coniugare la passione per il cinema dei giovani con importanti temi sociali, il tutto nella splendida cornice della Costiera Sorrentina. Quest’anno la 8a edizione si terrà dal 29 luglio al 5 agosto a Vico Equense.

Il Social World è promotore del primo ed unico monumento al cinema in Italia, The Wall of Fame che raccoglie gli autografi dei grandi della cinematografia italiana ed internazionale.

Castellammare di Stabia

Castellammare di Stabia trae il suo nome dalla presenza del Castello Medievale che sorge a 101 metri di altitudine e sovrasta il paese e il Golfo di Napoli. Edificato dal Duca di Sorrento come fortezza di frontiera del suo dominio, fu restaurato da Federico II di Svevia e poi ricostruito dagli Angioini. Non più adatto alle esigenze difensive del tempo, fu rifatto e rinforzato da Alfonso D’Aragona. Ancora funzionante nei secoli del viceregno spagnolo, cominciò a declinare nel XVIII secolo.

Da quel momento non si hanno notizie esatte del Castello ma si sa solo che fu abbandonato divenendo un rudere fino agli anni 1930, quando il castello fu acquistato da Eduardo De Martino, il quale ne iniziò il restauro che fu completato dal figlio. Oggi quindi è proprietà privata e lo si può vedere solo dall’esterno o durante gli eventi che vengono organizzati durante l’anno.

Una curiosità divertente che riguarda il territorio sorrentino coinvolge il munaciello o monaciello, uno spiritello leggendario del folclore napoletano, di natura sia benefica che dispettosa, che viene generalmente rappresentato come un ragazzino deforme o una persona di bassa statura.

La figura del munaciello è molto radicata nella cultura di Castellammare di Stabia. Basti pensare che gli è stata intitolata una strada, «via Monaciello», poiché si dice che in tale luogo egli apparisse per aggredire i malcapitati di passaggio, approfittando del calar della notte.

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La grotta di San Biagio, originariamente dedicata ai santi Giasone e Mauro, è situata ai piedi della collina di Varano. Secondo studi recenti questo Ipogeo, cioè costruzione sotterranea, fu utilizzata dai romani per la costruzione delle loro ville di otium. Difatti questa grotta è costituita da materiale tufaceo, quindi, in origine, avrebbe potuto essere una grotta naturale, ampliata dai Romani per l’estrazione del tufo da costruzione. Secondo un’altra ipotesi, invece, la grotta è nata come strada di collegamento sotterranea tra la spiaggia e la Villa Arianna, che all’epoca si trovavano a pochi metri l’una dall’altra.

Le prime testimonianze di epoca post romana risalgono al V-VI secolo. Secondo alcuni autori questa grotta di epoca romana fu trasformata, forse, dai primi cristiani in catacomba e successivamente in chiesa dai monaci Benedettini, divenendo il centro spirituale della città, arricchito al suo interno da un pregevole ciclo di affreschi di epoca altomedievale. Recenti lavori di restauro hanno svelato l’esistenza di un cimitero paleocristiano.

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Tra i numerosi luoghi della cultura individuati dal MIBACT vi sono sicuramente gli scavi di Stabiae, luogo che aveva un importante ruolo strategico e commerciale già in età arcaica (VIII secolo a.C.). Il maggior addensamento abitativo va collocato tra la distruzione della città da parte di Silla (89 a.C.) e l’eruzione del Vesuvio (79 d.C.). In questo periodo, sul ciglio settentrionale del poggio di Varano, sorgono numerose ville in posizione panoramica, concepite prevalentemente a fini residenziali, con vasti quartieri abitativi, strutture termali, portici e ninfei splendidamente decorati.

Villa S. Marco prende il suo nome da una cappella dedicata a S. Marco che si trova nelle strette vicinanze. La struttura fu esplorata in epoca borbonica e riportata alla luce intorno alla metà del 1900. Essa conserva intatto il suo impianto, testimoniando il lussuoso abitare in età romana.

Villa Arianna, scavata in epoca borbonica, rivela un impianto particolare, fortemente condizionato dall’andamento del pianoro su cui si erge. Della villa si conservano, tra gli altri ambienti, il triclinio, con le pitture che si riferiscono al mito di Arianna, e l’atrio dal quale sono stati staccati eleganti quadretti di figure come quello della Flora. Gli affreschi, con frequenti soggetti di miniature, rivelano la finezza e la perizia di realizzazione.

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La penisola sorrentina, oltre alle numerose bellezze già citate, vanta una serie di spiagge Bandiera blu 2018, titolo che ne certifica la qualità ambientale, accrescendo il valore del territorio.

Consultate il nostro dataset completo con tutte le spiagge Bandiera blu 2018 in Campania per scegliere la vostra prossima meta da visitare!

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Il team di Hetor vi augura buone vacanze! Arrivederci a settembre.

Il Parco Regionale del Partenio e i suoi castelli

Un excursus tra storia, arte e cultura

 

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La settimana scorsa siamo giunti a Pietrastornina, da cui riprendiamo per raggiungere le tappe successive del nostro percorso.

Continuando il percorso si incontra il Castello Pignatelli della Leonessa di San Martino Valle Caudina. La sua costruzione, benché modificata più volte, è in buono stato di conservazione.

Della presenza di un fortilizio difensivo nel territorio di San Martino Valle Caudina si ha notizia già da un documento dell’837, da cui si evince la fondazione longobarda. Secondo alcune fonti il primo proprietario del castello fu lo sfortunato Mario d’Eboli, accecato dal re Manfredi per essersi ribellato al dominio della Casa Sveva. Da Mario il castello passò nelle mani di vari signori e fino al 1528 restò in quelle della famiglia della Leonessa, cui ritornò, dopo vari passaggi, nel 1556. I discendenti della famiglia, di cui il castello conserva anche il nome, ne detengono ancora oggi la proprietà. È tuttora, infatti, residenza del duca Giovanni Pignatelli della Leonessa, discendente dei duchi di San Martino.

Intorno al XVII secolo i duchi si San Martino costruirono un nuovo palazzo, ai piedi del paese in espansione. Non abbandonarono il castello ma ne modificarono l’assetto per accentuarne il ruolo di residenza signorile, venendo meno la sua utilità come fortificazione.

Il castello fu abbandonato per gran parte del XIX secolo e nel 1908 furono abbattute la parte superiore del mastio ed alcuni ambienti adiacenti. Solo tra gli anni ’50 e gli anni ’70 la costruzione fu restaurata per iniziativa della duchessa Melina Matarazzo, moglie di Carlo Pignatelli, e riabitata dai proprietari.

L’edificio, che si presenta di forma quasi rettangolare e circondato da un muro di cinta ornato da una serie di merli e alcune torri quadrangolari, ha un unico ingresso a sud-est, collegato ai vicoli del borgo. Varcato il portale ci si ritrova all’interno del giardino e, a destra, si trova una piccola cappella gentilizia, mentre di fronte è il palazzo che si articola in due piani. Al piano superiore troviamo stanze destinate perlopiù all’abitazione e il salone di rappresentanza, la stanza più grande del Castello, con pavimentazione lignea e con soffitto cassettonato. La grande sala è ricca di decorazioni e affreschi parietali dei secoli XVII-XVIII raffiguranti scene relative a episodi storici rilevanti per la casata della Leonessa.

Un po’ più giù si trova il borgo di Cervinara, menzionato per la prima volta nell’837, sviluppato intorno ad una fortezza edificata in epoca longobarda. La prima attestazione del Castello, invece, si ritrova in un documento del XII secolo.

Il Castello di Cervinara ha subito numerose modifiche rispetto all’assetto originario, soprattutto a causa dei saccheggi e delle distruzioni avvenute tra Ruggiero II e suo cognato, Rainulfo Butterico. Il fortilizio, infatti, fu ricostruito e ingrandito in epoca Normanna e, in seguito, in epoca Sveva quando il castello assunse la funzione di residenza dei feudatari. Ulteriori cambiamenti furono apportati in epoca Angioina.

L’assenza di sistematici interventi di consolidamento determinò il deperimento della struttura che già nel XV secolo si presentava fatiscente. Nel ‘600 il castello fu acquistato dai Caracciolo, a cui rimase fino all’abolizione dei diritti feudali nel 1806.

I ruderi del Castello Medioevale di Cervinara, cui gli abitanti locali si riferiscono come O’ Castellone, sono ben visibili sulla cima del colle che domina la frazione Castello. In particolare, si conserva ancora l’originaria pianta quadrata, alcune parti della cortina muraria e la Torre principale.

 

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Lungo la via Appia, a pochi chilometri da Benevento, alle pendici del massiccio del Partenio, sorge il borgo di Arpaia che, per la sua posizione strategica, rappresentava un punto difensivo capace di resistere agli assedi di una certa rilevanza militare. Per questo motivo, nel medioevo, divenne una vera e propria cittadella fortificata, di cui ancora oggi sono visibili due torrioni e la cinta muraria.
Il Castello di Arpaia, di cui oggi restano solo i ruderi, si erge su un largo terrazzo roccioso, le cui radici si perdono tra il secolo VIII e il secolo XII. Attualmente, del Castello-Fortezza, rimane osservabile la complessa planimetria, gli elementi portanti dei vari alloggiamenti e la cortina che conduce verso il nucleo centrale abitativo.

Continuando il nostro percorso giungiamo nella provincia di Caserta e, in particolare, nel comune di Arienzo. Il suo Castem Vetus, che domina oggi il territorio montuoso detto Monte Castello, risale al VII secolo e fu edificato dai Longobardi per difendere prima il Ducato e poi il Principato di Benevento.

Il Castello di Arienzo, per la sua posizione strategica, costituì un posto di vedetta su tutta la valle sottostante fino al XII secolo quando Ruggero II d’Altavilla, detto il Normanno, ne chiese l’abbattimento. Quest’ultimo, dovendo partire per la Sicilia, temeva che in sua assenza i soldati di Rainulfo potessero insediarsi nella fortezza e controllare dall’alto il vasto territorio. Il suo ordine fu eseguito solo in parte e in seguito il castello fu riedificato dal figlio Guglielmo. Tuttavia, successivamente, a causa della sua distruzione, gli abitanti scesero a valle dove costruirono un nuovo edificio detto “la Terra Murata”. La fortificazione fu, così, lentamente abbandonata e, oggi, non ne restano che pochi ruderi.

La tappa successiva è costituita dal Castello di Roccarainola, un comune appartenente alla provincia di Napoli ma il cui territorio si trova al confine con quella di Avellino. La sua costruzione è da collocare intorno al XII secolo, e probabilmente successiva al 1139.

Al suo interno si sono succedute numerose famiglie di feudatari fino al 1806, quando la fortezza apparteneva alla famiglia Mastrilli. Nel corso dei secoli successivi le strutture del castello hanno subito numerosi danni e devastazioni dovuti all’incuria dei successivi proprietari, che lo usavano prevalentemente come tenuta agricola: ancora oggi è circondato da boschi e uliveti.

Attualmente il castello versa in uno stato di abbandono ed incuria totale ma è ancora possibile ammirarne alcuni resti: le tre cinte murarie, conservate in buono stato, e la cosiddetta “torre angioina”, costruita probabilmente nel XIV secolo per rinforzare il lato più esposto agli attacchi.

 

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A soli 5 Km di distanza troviamo il Castello di Avella, noto anche come castello di San Michele per il culto verso l’Arcangelo dei Longobardi, che costruirono l’edificio nel VII secolo. Il Castello occupa una collina dai fianchi scoscesi situata sulla destra del fiume Clanio; alle sue spalle si stagliano i monti di Avella, barriera naturale che separa il comprensorio avellano-baianese dalla Valle Caudina.

Il sito gode di una posizione strategica di controllo del territorio circostante, a guardia di un itinerario naturale che attraverso il passo di Monteforte Irpino mette in comunicazione la pianura campana con la valle del Sabato e conduce verso la Puglia e la costa adriatica.

La sommità della collina è occupata dalle strutture della rocca, sovrastata da un’imponente torre cilindrica su base troncoconica, circondata da due cinte murarie, una longobarda e l’altra normanna, che si estendono lungo le pendici della collina. Delle due cinte, la prima a pianta ellittica, la seconda a pianta poligonale, si conservano le torri e le semitorri. Tra le due cinte si conservano invece resti di numerosi ambienti riferibili a strutture abitative; l’unico edificio conservato per intero è una grande cisterna a pianta rettangolare.

Nonostante rappresenti dal punto di vista monumentale uno dei complessi medievali più rilevanti della Campania, solo in anni recenti il Castello è stato oggetto di esplorazioni sistematiche grazie a finanziamenti destinati alla realizzazione di un parco archeologico.

Risalendo verso la provincia di Avellino troviamo le ultime due tappe del nostro percorso: il Castello di Sirignano e il Castello del Litto di Quadrelle.

Del Castello di Sirignano, conosciuto oggi come Palazzo Caravita, non abbiamo notizie certe circa la sua costruzione ma l’ipotesi più accreditata è che sia stato costruito in epoca normanna dai locali feudatari, mentre era già disabitato e in completo stato di abbandono nel XVI secolo, quando era proprietà della famiglia Caracciolo.

La prima notizia documentata del castello risale al catasto onciario del 1754, quando era ancora proprietà dei Caracciolo. Poco dopo, il complesso passò prima ai Gioiosa e in seguito a Giuseppe Caravita, principe di Sirignano, il quale restaurò l’intero castello trasformandolo in un palazzo feudale, centro di ritrovo per nobili e artisti dell’epoca.
Oggi, l’edificio, che ha perso il suo aspetto di castello, appare come una massiccia costruzione di forma irregolare in stile neogotico che chiude per l’intera lunghezza il lato est di quella che un tempo era la piazza principale del paese.

Anche il Castello di Quadrelle fu costruito in epoca normanna, sulle alture del Monte Litto (da cui il nome con cui è conosciuto).
Dell’antica fortificazione, suddivisa in tre aree e circondata da cinte murarie, oggi sono visibili solo alcuni ruderi, tra cui il Mastio che domina la collina, semisepolti nella vegetazione.

 

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Come si evince da questo breve excursus, i castelli di questo territorio si trovano, per la maggior parte, in uno scarso stato di conservazione. Per questo motivo il Parco Regionale del Partenio ha realizzato una serie di progetti finalizzati all’incremento dell’offerta turistica mediante azioni di conoscenza, tutela e valorizzazione del patrimonio storico e naturalistico del suo territorio.

In particolare, il progetto L’Antica via del Partenio propone un percorso di sentieri che si inerpicano lungo l’omonimo complesso montuoso che custodisce le tracce di un passato da riscoprire, fatto di castelli, torri e chiese monumentali che testimoniano il susseguirsi di tutte le culture che hanno lasciato il segno del proprio passaggio sul territorio.

Insomma, conoscere il Partenio significa rivivere le emozioni di una storia millenaria in simbiosi con la Natura!

Vacanze in Costiera Sorrentina

Questa volta Hetor vi propone un itinerario tra le meraviglie della Costiera sorrentina, tra arte cultura ed enogastronomia…
Un viaggio da non perdere!

 

Massa Lubrense

Il nostro viaggio parte da Massa Lubrense, una tra le mete turistiche più famose d’Italia grazie ai suoi splendidi scenari naturalistici e alle sue antiche tradizioni radicate nel territorio.

Tra i numerosi e ridenti casali che la compongono, l’antico borgo dell’Annunziata rappresenta il più ricco di memorie storiche. Distrutto dagli Angioini e ancora dagli Aragonesi, fu parzialmente riedificato nel Cinquecento. Anche le mura furono rifatte dopo la catastrofe del 1558: ancora oggi si può ammirare parte dell’antica cinta muraria che sorgeva attorno al Castello Aragonese. Della struttura difensiva restano una torre cilindrica ed i bastioni, ma la veduta che si gode dal castello è tra le più suggestive della Costiera Sorrentina.

Il 6 luglio il Castello è stato riaperto al pubblico ed è possibile visitarlo dal venerdì alla domenica dalle 9.30 alle 13.00 e dalle 17.00 alle 20.00.

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Il territorio di Massa Lubrense è conosciuto anche per la presenza di paesaggi naturali incontaminati; ricordiamo, infatti, che il territorio comprende la Baia di IerantoPunta Campanella. Se ve li siete persi, potete trovare tutte le curiosità che riguardano questi luoghi negli articoli precedenti.

 

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Tra i prodotti di eccellenza che troviamo nella zona sorrentina sicuramente degno di nota è il limone IGP, utilizzato per gustose ricette come la famosissima delizia al limone o il liquore di cioccolato al limoncello che fanno parte dei Prodotti Agroalimentari Tipici della Campania.

Proprio questa settimana sarà possibile gustare il limone di Sorrento in tutte le sue gustose varianti tipiche durante la Festa dei Limoni che si terrà dal 13 al 15 luglio nel Largo Vescovado a Massa Lubrense.

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Sorrento

Una delle caratteristiche fondamentali della città di Sorrento è la sua particolare disposizione su di un blocco tufaceo a pareti ripide. Il mare a nord e i profondi burroni circostanti sugli altri lati hanno infatti delimitato naturalmente, per molti secoli, la città antica. Ciò significa che il centro antico, di origine greco-osca, ha all’incirca coinciso con l’area compresa nella cinta muraria cinquecentesca (1551 – 1561) ancora oggi diffusamente in vista.

Della cinta difensiva greca rimane la murazione esistente sotto il piano stradale della Porta Parsano Nuova, visibile attraverso una grata. La città romana si è sovrapposta all’insediamento greco osservandone la pianta urbana e la stessa cinta muraria, che è rimasta a difesa di Sorrento durante tutta l’epoca medievale fino al 1551, quando ebbe inizio il suo rifacimento, completato soltanto nel 1561, dopo la tragica invasione dei turchi.

La nuova cinta muraria di Sorrento fu realizzata dai vicerè spagnoli che conclusero il piano con un Castello a guardia del Paino verso Napoli. Dopo la demolizione del Castello e delle porte principali a fine ‘800, è rimasto solo il tratto meridionale dell’antica mutazione del ‘500. Oggi, le mura vicereali rappresentano l’unico esempio, nell’Italia Meridionale, di cinta muraria dell’epoca spagnola.

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Nel luogo che oggi ospita il Cimitero civico un tempo sorgeva un Monastero intitolato a San Renato, che ha ospitato Torquato Tasso nel 1577 e dove si pensa che lo stesso santo abbia vissuto anticamente.

L’epoca in cui fu eretto il Monastero di San Renato è estremamente incerta. Secondo alcuni questo avrebbe inglobato un preesistente convento dei monaci di Montecassino, la cui presenza a Sorrento è testimoniata da un documento del 778. Tuttavia, alla fine dell’800 fu deciso di abbattere tutto per costruire il camposanto che porta lo stesso nome dell’antico Monastero.

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Sorrento ha ispirato numerosi artisti, scrittori e registi; tra le numerose canzoni dedicate a questa città, la più conosciuta è sicuramente Torna a Surriento, che fu cantata nel testo e nella musica attuali per la prima volta nel 1904 a Napoli, in occasione della Piedigrotta Garibaldi.

Inoltre, nel 1955 Sorrento costituì il set principale del film Pane amore e… per la regia di Dino Risi e con Sophia Loren e Vittorio De Sica.

Piano di Sorrento

Piano di Sorrento si estende lungo la parte centrale della Penisola ed è racchiuso fra le due coste, quella meridionale, amalfitana, che si affaccia sul Golfo di Salerno, e quella settentrionale, sorrentina che si affaccia sul Golfo di Napoli. Ai tempi dei romani, questa zona veniva denominata Planum o Planities. Era infatti un territorio piano posto ad est del Municipium romano di Sorrento.

La città ospita il Museo archeologico territoriale della penisola sorrentina Georges Vallet, inaugurato il 17 luglio 1999, che è nato con l’intento di raccogliere i reperti archeologici ritrovati nella penisola sorrentina, fino a quel momento divisi tra vari musei.

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Il vino in Penisola Sorrentina ha una storia antichissima, basti pensare che già Plinio e Marziale nei loro scritti parlano della fabbricazione di speciali anfore costruite per contenere il nettare di Bacco. In particolare, vi sono due vitigni che hanno caratterizzato nei secoli la produzione vinicola della Penisola Sorrentina: il San Nicola, che lega il suo nome a un vino dal gusto amabile e dal bouquet molto delicato, riscontrabile solo sul territorio delle coste sorrentine e amalfitane; l’altro tipo di uva è la sanginella, riconoscibile da acini duri, grandi e ovali dal gusto particolarmente gradevole. Tuttavia, questi due vitigni originari, nell’ottica della trasformazione delle colture, stanno scomparendo per dare luogo a nuove vigne.

Piano di Sorrento è uno dei comuni compresi nella zona di produzione delle uve destinate al vino DOC “Penisola Sorrentina” ed è uno dei maggiori produttori, come è possibile vedere anche dalla datalet:

 

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Sant’Agnello

Oltre al vino, la costiera sorrentina offre tanti generosi prodotti dell’agricoltura, dalle noci alle arance, passando per i limoni IGP ed il famoso olio d’oliva DOP che hanno da tempo raggiunto una notorietà che supera i confini nazionali.

A Sant’Agnello, in particolare, viene coltivato il pomodoro sorrentino, che è un ortaggio da mensa rotondeggiante e costoluto, di colore rosso con sfumature verdi alla raccolta, dal sapore dolce e delicato.

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Sant’Agnello è un piccolo centro compreso tra i comuni di Piano di Sorrento e Sorrento. Anche se divenuto autonomo solo nel 1866, la sua storia affonda le radici nella preistoria. Lungo la costa ancora oggi sopravvivono importanti testimonianze archeologiche, fra cui la peschiera sottostante il promontorio di Punta san Francesco, a cui si accede attraverso un sentiero scavato in parte nel costone tufaceo e che collega il mare con Villa Nicolini, una splendida dimora costruita all’inizio del Novecento e recentemente ristrutturata.

Altre importanti testimonianze del passato sono la calata a mare de “Il Pizzo”, forse l’ultimo grande polmone verde della penisola sorrentina sottratto alla cementificazione selvaggia degli ultimi decenni, e l’approdo del Golfo del Pecoriello, un meraviglioso angolo di natura selvaggia dominato dalla splendida villa che fu dello scrittore americano Francis Marion Crawford che scelse di vivere a Sant’Agnello e dove ancora oggi riposa.

La prima parte del nostro tour finisce qui… ma non temete, torneremo la prossima settimana per completare il viaggio tra le bellezze della Costiera Sorrentina.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Parco Regionale del Partenio e i suoi castelli

Un excursus tra storia, arte e cultura

Il Parco Regionale del Partenio

Il Parco Regionale del Partenio, istituito nel 2002, occupa una superficie di 14.870,24 ettari e comprende 22 comuni di 4 province campane, variamente distribuiti nell’ambito territoriale, sia nella parte appenninica del Partenio, che nelle valli adiacenti, Valle Caudina, Valle Del Sabato e Vallo di Lauro-Baianese:

  • In provincia di Avellino: Baiano, Cervinara, Mercogliano, Avella, Monteforte Irpino, Mugnano del Cardinale, Ospedaletto d’Alpinolo, Pietrastornina, Quadrelle, Rotondi, Sant’Angelo a Scala, San Martino Valle Caudina, Sirignano, Sperone, Summonte.
  • In provincia di Benevento: Arpaia, Forchia, Pannarano, Paolisi.
  • In provincia di Caserta: Arienzo, San Felice a Cancello.
  • In provincia di Napoli: Roccarainola.
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I centri urbani, in prevalenza appartenenti alle province di Avellino e di Benevento, sono dislocati soprattutto nella fascia pedemontana e le strade che li collegano formano un circuito che circonda l’intero complesso montuoso del Partenio.

Il parco persegue delle importanti politiche di sviluppo sostenibile al fine di conservare, valorizzare, promuovere e rendere fruibili le risorse naturalistiche, ambientali, storico-religiose e culturali dell’area protetta.
A tal proposito, è stato creato un marchio collettivo geografico “Qualità Partenio” al fine di caratterizzare tutti i prodotti locali attraverso un’immagine unitaria e un’unica identità.

Il territorio del Partenio è caratterizzato dalla presenza del fiume Calore e da una serie di piccoli corsi d’acqua, originati da sorgenti montane. La struttura fondamentale del territorio è, infatti, la roccia calcarea ma è formato anche da materiali piroclastici, cioè di origine vulcanica, provenienti dal vicino complesso vulcanico del Somma – Vesuvio.
E’ proprio la diversa morfologia del territorio che ha consentito, negli anni, lo sviluppo di boschi e di una flora e fauna diversificate, di terreni fertili e di paesaggi suggestivi.

Nel Parco Regionale del Partenio sono presenti vari punti di interesse a cominciare dall’Oasi WWF Montagna di Sopra, situata presso le grotte di San Silvestro, e il Campus di ingegneria naturalistica dove si può osservare un paesaggio di enorme suggestione naturalistica e ambientale con notevoli boschi di castagni.

 

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Il Partenio è un luogo ricco di preghiera e tradizioni religiose, come testimoniano i tanti luoghi di culto. Di notevole interesse sono anche le varie grotte e ritrovamenti fossili presenti sul territorio, che ne sottolineano l’importanza storica. Ma è anche un luogo in cui si intrecciano e si fondono elementi culturali, artistici e folcloristici di assoluta eccellenza.

All’interno del Parco sono ubicati una ventina di borghi, che presentano realtà urbanistiche, edifici religiosi e palazzi di rilevante interesse storico-artistico. Nel corso della sua storia questo territorio è stato segnato soprattutto dalle dominazioni longobarda e normanna.

Lungo il percorso, infatti, castelli arroccati, imponenti torri e monumentali chiese, circondate da una rigogliosa vegetazione, testimoniano il susseguirsi delle diverse culture, ognuna delle quali ha lasciato sul territorio il segno del proprio passaggio, coinvolgendo il visitatore in un affascinante percorso di storia, arte e tradizioni millenarie.

I Castelli del Parco

Tra i siti di maggiore interesse storico-culturale, nel territorio del Parco troviamo 13 castelli che è possibile visitare seguendo la nostra mappa, partendo da quello di Monteforte Irpino.

 

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Il Castello di Monteforte Irpino sorge sulla collina di S. Martino e attorno ad esso si sviluppò il borgo medievale da cui ebbe origine l’attuale centro abitato. Fu probabilmente costruito dai Longobardi tra il VII e il IX secolo e fu ampliato dai normanni, dagli Angioini e successivamente dagli Aragonesi. Tuttavia, il castello fu abbandonato già a partire dal XVI secolo: la leggenda vuole che in esso vi fossero sepolti numerosi tesori, il che diede modo ai numerosi saccheggi di completarne la distruzione.
Il castello conserva oggi parte delle mura perimetrali in pietra, una torre a pianta circolare e un camino.

Proseguendo nel percorso si incontra il Castello di Mercogliano che si trova nella zona del centro antico, conosciuta con il nome di Capocastello. Esso fu costruito nella seconda metà dell’XI secolo, su committenza nobiliare longobarda, con pianta irregolare e circondato da una cinta muraria e cammino di ronda che si affaccia sul borgo sottostante.

Il Castello fu teatro di numerose battaglie durante il periodo di dominazione Sveva, Angioina e Aragonese che, unitamente all’incendio del 1656 e al sisma del 1732, arrecarono gravi danni al complesso architettonico. Esso fu così demolito, nella seconda metà del XVIII secolo, per ricavarne materiale per la costruzione di nuovi edifici privati.

Oggi, grazie ai lavori effettuati dalla Sovrintendenza, è possibile ammirarne una torre e parte della cinta muraria e, nello specifico, una delle cinque porte di accesso, conosciuta come Porta dei Santi, grazie all’affresco nella parte superiore raffigurante S. Modestino, S. Fiorentino e S. Flaviano.

A meno di 7 Km di distanza si trova la torre angioina di Summonte, parte del complesso Castellare, un sistema difensivo che rappresentò uno dei punti fortificati più avanzati dell’Avellinese. Il castello, documentato per la prima volta nel 1094, fu conquistato, distrutto e ricostruito secondo il modello del balium (un recinto di forma quadrata, rettangolare o trapezoidale formato da mura di non grande altezza, rafforzate agli angoli da piccole torri a sezione circolare o quadrata) da Ruggero II nel 1134.

In epoca angioina la struttura fu trasformata in una torre d’avvistamento, abbandonando, così, il modello precedente. L’elemento superstite di questo originario sistema difensivo è proprio la torre. Essa si compone di cinque livelli, il più basso dei quali conteneva la cisterna per la raccolta di acqua piovana, mentre il più alto ospita una terrazza dalla quale è possibile ammirare tutto il panorama.

Oggi, all’interno del complesso, sorge il Museo civico di Summonte, costituito da due sezioni: una dedicata agli armamenti medievali, l’altra ai reperti archeologici rinvenuti nel castello nel corso delle indagini archeologiche condotte dalla Soprintendenza tra il 1994 e il 2005.

 

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A pochi chilometri di distanza tra di loro si trovano poi il Castello di Sant’Angelo a Scala e il Castello di Pietrastornina.
Il primo, costruito nella seconda metà dell’XI secolo, sorge su una guglia rocciosa. Esso fu teatro di numerose battaglie e fu dimora di diverse famiglie, tra cui si ricorda quella dei Carafa che, nel XV secolo, ordinò la completa ristrutturazione dell’edificio fortificato per la creazione di una residenza gentilizia.

Sebbene il castello fosse molto grande (tanto da includere quasi 360 stanze al suo interno) oggi possiamo vedere solo qualche tratto delle cortine murarie poiché la spiana su cui sorgeva è stata cementata e pavimentata.

Anche il Castello di Pietrastornina sorge su una guglia rocciosa che corona l’abitato del borgo medievale. Le prime notizie sul castello risalgono al 774; dopo il periodo longobardo, il fortilizio ricompare nelle fonti documentarie nel 1239, quando sotto l’amministrazione statale di Federico II di Svevia, venne inclusa la fortificazione rupestre nella lista dei cosiddetti Castra exempta.
Grazie a queste fonti sappiamo che il fortilizio era composto da almeno due corpi di fabbrica di diverse dimensioni, posti ad altezze diverse: un sistema di camminamenti e scalinate estendevano il sistema difensivo all’intera rupe, rendendo la stessa guglia rocciosa parte della fortificazione.

Probabilmente il castello fu presto abbandonato: già nel 1837 l’amministrazione di Pietrastornina ne decise l’abbattimento, poiché i suoi ruderi costituivano un costante pericolo per l’abitato sottostante. Sull’immobile, di cui oggi non restano che poche tracce, è stato avviato nel 2003 il procedimento di “dichiarazione di interesse particolarmente importante”.

Continuate a seguirci nel nostro viaggio alla scoperta delle bellezze del Parco Regionale del Partenio…a presto per la seconda parte!

Il Parco Archeologico e il Teatro di Pausilypon

Tra antichità e panorami mozzafiato

A Napoli, nel Quartiere Posillipo, c’è una delle aree archeologiche più belle ed affascinanti della Campania: il Parco Archeologico – Ambientale del Pausilypon.

Il parco archeologico del Pausilypon, aperto nel 2009 ed accessibile attraverso l’imponente Grotta di Seiano, comprende i resti del Teatro, dell’Odeon e di una Villa con complesso residenziale, di cui alcune strutture oggi fanno parte del Parco Sommerso di Gaiola.

L’area si estende dalle pendici della collina tra la baia di Trentaremi, le isole della Gaiola, le Cale di San Francesco e dei Lampi, fino a Marechiaro.

Il complesso residenziale apparteneva al ricco cavaliere Publio Vedio Pollione, importante personaggio politico all’epoca di Augusto e alla sua morte divenne proprietà imperiale.

Al complesso si accedeva attraverso la Grotta di Seiano, una galleria artificiale, lunga circa 770 metri, pressoché rettilinea ma con cunicoli che si affacciano a strapiombo e che offrono un panorama mozzafiato. Inutilizzata e dimenticata per anni, fu ritrovata casualmente durante i lavori per una nuova strada nel 1841 e subito riportata alla luce e resa percorribile per volontà di Ferdinando II di Borbone, diventando meta di turisti. Nel corso della Seconda guerra mondiale fu utilizzata come rifugio antiaereo per gli abitanti di Bagnoli; gli eventi bellici ed alcune frane nel corso degli anni cinquanta la riportarono in uno stato di abbandono.

 

 

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Le strutture

Giunti nell’area del Parco archeologico, oltre ai paesaggi affascinanti che offre il Golfo, si possono ammirare i resti dell’imponente Teatro, dell’Odeon e di alcune sale di rappresentanza della villa.

Il Teatro conta 13 ordini di sedili nella prima cavea e 6 in quella media ed una capienza complessiva di duemila posti, costruita sfruttando il pendio naturale della collina secondo una tecnica tipica dei teatri greci. L’emiciclo del teatro, orientato a Sud, presenta un’ima cavea divisa in tre cunei ed una media cavea aggiunta in seguito, entrambe accessibili da scale laterali inserite in torrette, oltre all’orchestra. L’area della scena è occupata inoltre da una vasca perpendicolare alla cavea, intorno alla quale vi era un giardino recintato da un muro curvilineo.

Al di sopra di quest’area si trova un altro giardino rettangolare circondato da una porticus triplex che formava anche la scena del vicino Odeon, l’antico teatro coperto destinato ad audizioni di poesia retorica o di musica, con una piccola cavea posizionata frontalmente al Teatro grande.

È inoltre possibile ammirare una Villa Imperiale, detta Villa di Pollione: fatta erigere nel I secolo a.C. dal cavaliere romano Publio Vedio Pollione, alla sua morte, avvenuta nel 15 a.C., la villa, grazie alla sua posizione molto ambita divenne residenza imperiale di Augusto, e di tutti i suoi successori.

La Villa conta un’estensione di ben 10 ettari, suddivisi in più padiglioni, ognuno con una specifica funzione: ad esempio, molto interessanti, sono le presenze delle condutture dell’acquedotto (rivestite in malta idraulica), segno di ulteriore opulenza di chi vi soggiornava.

Insieme a questi edifici, il complesso ospitava anche un Tempio o Sacrarium posto ad oriente del teatro e un Ninfeo posizionato nella zona occidentale.

 

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La Villa e tutti gli ambienti affini, risultano molto articolati, e sono ancora interessati da una campagna di scavo messa in atto dalla Soprintendenza Archeologica e che ha come obiettivo quello di restituire alla pubblica fruizione l’intero Parco archeologico-ambientale del Pausilypon.

Andando ancora avanti nel percorso si giungerà al belvedere che affaccia sulla Baia Trentaremi, con Nisida sullo sfondo e che ci mostra in lontananza Ischia e Procida.

Questo è un vero e proprio angolo di paradiso. Come dice l’etimologia stessa del suo nome, il Pausilypon è il “luogo che fa cessare il dolore” ed è sicuramente ciò che provavano un tempo i suoi abitanti e quello che provano oggi i suoi visitatori, osservando l’incanto e la bellezza di questo sito.

 

 

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Tutte le curiosità più interessanti sulle aree naturali della Campania

La settimana scorsa vi abbiamo presentato i Parchi e le Oasi in Campania. Questa settimana vogliamo dedicarci agli amanti del mare, raccontandovi le curiosità che riguardano il nostro splendido territorio.

LE RISERVE MARINE

Punta Licosa è parte della Riserva Marina di Castellabate, da Punta dell’Ogliastro alla Baia del Sambuco. L’isoletta è sotto tutela biologica marina e rappresenta uno dei primi esempi di parco marino in Italia, essendo stato istituito nel 1972.

Il suo nome deriva da una leggenda che racconta della trasformazione della sirena Leucosia che, dopo essersi gettata dalla rupe per un amore non corrisposto, si tramutò in scoglio.

Punta Licosa rappresenta un vero e proprio tesoro sia per la sua fascia costiera che per la riserva marina: spiagge, fondali ed insenature che si fondono in una naturale armonia. L’accesso a Punta Licosa è possibile attraverso due strade poste nelle frazioni di Ogliastro Marina e San Marco di Castellabate. Tuttavia, essa è raggiungibile solo a piedi o in bici e dona ai suoi esploratori panorami incredibili.

I PARCHI SOMMERSI

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Il Parco Archeologico Sommerso di Baia è stato istituito il 7 agosto 2002 e si estende lungo il litorale di Bacoli e Pozzuoli.

Alcune delle strutture sommerse al momento sono insabbiate ma sono già state studiate, altre sono state individuate solo tramite foto aeree. Tra i principali edifici sommersi, quelli visibili sono: il ninfeo imperiale di Punta Epitaffio, la villa dei Pisoni, la villa “a protiro”, così chiamata per la presenza di un portico all’ingresso. Inoltre, è possibile vedere i resti di un settore dello spazio urbano, in particolare alcune tabernae, i resti di un complesso termale e una peschiera a pianta semicircolare all’estremità meridionale dell’insenatura. Del Portus Julius, invece, è stata esplorata solo un’area campione.

Gli arredi scultorei di questi complessi edilizi, restituiti grazie agli scavi subacquei effettuati nel secolo scorso, sono attualmente esposti nel Museo Archeologico dei Campi Flegrei, a Baia. Lo straordinario valore di tali siti è dato non solo dal notevole stato di conservazione dei reperti archeologici, ma anche dal loro valore storico archeologico oggettivo. Inoltre, la presenza di particolari ecosistemi sommersi rendono questi luoghi degli ambienti di valore naturalistico rilevante, quasi come una piccola Atlantide romana.

L’area è sempre aperta ma la visita si può effettuare solo previa prenotazione al centro visite AMP (Area Marina Protetta) Baia.

Il Parco Sommerso di Gaiola è stato istituito il 7 agosto 2002 e prende il nome dai due isolotti che sorgono a pochi metri di distanza dalla costa di Posillipo, nella parte nord occidentale del Golfo di Napoli. Con una superficie di appena 41,6 ettari, il Parco si estende dal Borgo di Marechiaro fino alla Baia di Trentaremi, racchiudendo verso il largo parte del grande banco roccioso della Cavallara.

Il Parco Sommerso di Gaiola deve la sua particolarità alla fusione tra aspetti vulcanologici, biologici e storico-archeologici. Infatti, rappresenta un importante sito di ricerca, formazione, divulgazione scientifica ed educazione ambientale per la riscoperta e valorizzazione del patrimonio naturalistico e culturale del Golfo di Napoli.

Nell’ambito delle attività finalizzate alla valorizzazione e divulgazione scientifica delle risorse naturalistiche e storico-archeologiche dell’Area Marina Protetta, vengono proposti diversi itinerari di visite guidate in compagnia degli esperti del Parco, per riscoprire le meraviglie di questa costa attraverso differenti punti di vista.

LE AREE MARINE

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L’Area Marina Protetta Punta Campanella è una riserva marina istituita nel 1997. È situata nella parte settentrionale del Golfo Di Salerno e si estende su una superficie a mare pari ad oltre 1500 ettari, tra il comune di Massa Lubrense e il comune di Positano.

Punta Campanella è un territorio affascinante e misterioso in cui storia e leggenda si fondono: secondo l’Odissea, fu il luogo in cui Ulisse incontrò le Sirene ammaliatrici; ma questo è anche il luogo in cui i Greci innalzarono un tempio alla dea Atena, poi convertito dai Romani al culto della dea Minerva.

Tuttavia,  il nome deriva dalla campana che fu costruita in cima alla torre, risalente al 1300, allo scopo di avvistare e lanciare l’allarme in caso di incursioni dei Saraceni che arrivavano dal mare. La “Campanella”, infatti,  suonava in caso di allarme propagando il segnale alle altre torri posizionate lungo la costa.

Sul pianoro di Punta Campanella si trova una fenditura nella roccia da dove parte una scalinata che porta fino ad una scogliera collegata ad una serie grotte sul livello del mare. Qui attraccavano le navi cariche di libagioni da offrire alla dea Minerva.

Alzando lo sguardo lungo il costone roccioso, si può anche scorgere una scritta in Osco incisa sulla pietra che indicava il punto di approdo per il Santuario della Dea Minerva.

L’Area Marina Protetta Regno di Nettuno  è stata istituita il 27 dicembre 2007 e si estende su una superficie a mare di 11 mila ettari, comprendendo il tratto marino che circonda l’arcipelago Flegreo, formato dalle isole di Ischia, Procida e Vivara. Le tre isole fanno parte di un grande complesso vulcanico tuttora attivo; tale vitalità è testimoniata dalla presenza di numerose fonti termali.

In tutte le zone non sono consentite attività che possono creare turbamento delle specie vegetali e animali, così come è vietata qualunque attività di cattura, raccolta e danneggiamento di reperti archeologici e di formazioni geologiche.

Il Regno di Nettuno deve la sua incredibile ricchezza anche alla sua particolare posizione su di un importante confine che divide l’area settentrionale del mediterraneo da quella meridionale. Tale fenomeno fa sì che vi sia la compresenza di tutte le specie presenti nel Mediterraneo, caratteristica che convinse Anton Dohrn, studioso tedesco amico di Charles Darwin, a stabilire tra Napoli ed Ischia i suoi studi ed a costruire il primo istituto di biologia marina al mondo, nel 1872, tuttora uno dei più prestigiosi.

L’Area Marina Protetta Santa Maria di Castellabate è un sito di importanza comunitaria, istituito nel 2009, con una superficie a mare di oltre 7.000 ettari ai quali si sommano 2 ettari di costa compresi tra la punta di Ogliastro e la baia del Sauco (confine nord con il comune di Agropoli), nel comune di Castellabate.

L’area comprende una zona incontaminata in corrispondenza del promontorio del Tresino e quello di Licosa, ed è situata nelle zone di tutela del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. Le acque intorno al Tresino e Punta Licosa rappresentano una risorsa naturalistica di inestimabile valore, fonte di biodiversità. Infatti, sono presenti alcune specie animali e vegetali uniche al mondo e perciò soggette a particolari forme di tutela.

Tutto il litorale è ricchissimo di reperti archeologici: una vera e propria città sottomarina è stata scoperta recentemente di fronte a San Marco di Castellabate, con resti di un antico molo romano.

L’Area Marina Protetta Costa degli Infreschi è situata nel tratto di mare che si trova tra Punta dello Zancale, nel territorio comunale di Camerota, e Punta Spinosa, nel Comune di San Giovanni a Piro ed è compresa all’interno del  Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Essa occupa una superficie di mare di 2.332 ettari e si estende in corrispondenza di un tratto di costa lungo poco meno di 14 chilometri.

La costa offre uno spettacolare paesaggio di particolare pregio sotto il profilo naturalistico caratterizzato da un grado di eterogeneità ambientale unico, tanto da essere inserita in un Sito di Interesse Comunitario sottoposto a protezione speciale.

La bellezza di questi luoghi ha ispirato varie leggende: si racconta che nel XIII secolo una coppia di giovani sposi in contrasto con le famiglie per la loro relazione, avesse trascorso la luna di miele in una grotta oggi conosciuta come la “Grotta degli Innamorati”. Un’altra storia racconta di alcuni crociati diretti a Gerusalemme, che fecero scalo nel porto degli Infreschi dove si trovarono così bene da non voler più ripartire e che addirittura fu necessario l’intervento divino dei santi che li convinsero a riprendere il cammino verso la Terra Santa. La storia si conclude con la partenza dei crociati dalla baia e con il loro pentimento eterno per averla lasciata.

LE RISERVE NATURALI

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La Riserva Naturale Foce Volturno – Costa di Licola – Lago Falciano si estende al margine della Piana del Volturno, lungo la fascia litoranea nota come “Litorale Domizio”, tra le Provincie di Napoli e Caserta, sviluppandosi sul territorio dei Comuni di Giugliano in Campania, Castel Voltuno, Villa Literno, Mondragone e Falciano del Massico.

Istituita a partire dal 1993, la riserva occupa una superficie di 1.540 ettari e ha accorpato diversi territori e riserve con l’obiettivo di garantire in forma coordinata la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale.

È possibile distinguere diversi tipi di territori e habitat:

  • Il Lago di Patria
  • L’Oasi dei Variconi alla foce del Volturno
  • Le pinete di Castelvolturno e di Patria
  • La zona umida delle Soglitelle
  • La zona costiera di Licola

La Riserva Naturale Statale Isola di Vivara ha una superficie di ettari a terra pari a 35,63 e si presenta con una forma a mezzaluna. L’isola rappresenta il margine occidentale di un cratere vulcanico originatosi circa cinquantamila anni fa, oggi sommerso.

In origine era collegata a Procida, a una falesia oggi scomparsa e sostituita da un ponte lungo 362 metri che per anni ha segnato la linea di confine tra le due isole.  La Riserva è attualmente disabitata ed il suo litorale è compreso nell’Area marina protetta Regno di Nettuno.

L’origine del nome Vivara, di cui è attestata anche la forma Bivaro, è stata ed è tuttora oggetto di discussione: alcuni linguisti preferiscono riprendere la desueta denominazione Vivaro. La tesi più accreditata vorrebbe che il toponimo derivi dal latino vivarium, cioè «luogo in cui vivono animali»; ma esiste un’ulteriore ipotesi che vede l’origine del nome in una distorsione di quello del primo proprietario dell’isola, Giovanni Guevara, , duca di Bovino. Si è perfino osservato che, secondo una derivazione celtico-sassone, il termine significherebbe castoro, e che a Vivara fosse un tempo diffusa l’arvicola acquatica europea (Arvicola amphibius), roditore vagamente simile al castoro.

Vivara è caratterizzata dalla presenza di macchia mediterranea, da ruderi risalenti al 1600 e da un belvedere che consente di vedere Capri, Ischia, Procida e, sullo sfondo, Napoli con il Vesuvio. L’isola è tornata a essere fruibile l’anno scorso, dopo circa sedici anni. Nel 2002, infatti, l’isolotto era stato chiuso al pubblico, pur essendo una riserva di stato.

Le Riserve Naturali Foce Sele – Tanagro e Monti Eremita-Marzano istituite dalla Regione Campania nel 1993, si estendono per quasi diecimila ettari lungo la fascia litoranea che fiancheggia la foce del fiume Sele, sulle sponde dei fiumi Sele, Tanagro, Calore e sul massiccio dei monti Eremita e Marzano.

L’area naturale protetta interessa trentanove comuni, nelle province di Avellino e Salerno, e ben cinque comunità montane.

Si tratta di un territorio caratterizzato da qualità ambientale elevata, riconosciuta a livello europeo, come testimonia la presenza al suo interno di alcuni siti di importanza comunitaria: quello della fascia costiera nei comuni di Capaccio ed Eboli, quello alla confluenza dei fiumi Sele e Tanagro, quello dell’alto Calore Salernitano e quello del Monte Eremita.

Nel suo territorio è presente l’oasi naturalistica di Persano, una zona umida di interesse internazionale che ospita numerose e rarissime specie vegetali e animali e le sorgenti termali, note fin dall’epoca romana.

Le riserve danno la possibilità di scegliere tra 8 diversi sentieri che esplorano il territorio nei suoi vari e affascinanti aspetti.

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La Riserva Naturale Forestale di Protezione e Biogenetica Tirone Alto Vesuvio istituita a salvaguardia della cinta craterica del Vesuvio, occupa una superficie di 1.005 ettari lungo le pendici del vulcano, nei comuni di Boscotrecase, Ottaviano, Terzigno, Trecase e Torre del Greco.

La Riserva Naturale Tirone-Alto Vesuvio si trova lungo le pendici meridionali del Vesuvio e rientra in uno dei sentieri proposti dall’Ente gestore del Parco Nazionale del Vesuvio. La zona è rivestita da grandi pini che si alternano a tratti di macchia mediterranea.

La Riserva Naturale Orientata Cratere degli Astroni si trova all’interno di un Sito d’Importanza Comunitaria, nei Comuni di Pozzuoli e Napoli, ed è una Zona di protezione Speciale.

Il Cratere degli Astroni è un vulcano spento che fa parte del più complesso cratere di Agnano, inserito nella area vulcanica dei Campi Flegrei. Di questi è il più giovane dei crateri, con i suoi 3600 anni e si estende per 247 ettari. Il fondo del Cratere degli Astroni presenta alcuni rilievi tra i quali il Colle dell’Imperatore e il Colle della Rotondella che si sono formati in seguito all’attività eruttiva. Nel punto più basso del cratere si trovano tre laghetti, Lago Grande, Cofaniello Piccolo e Cofaniello Grande, con vegetazione tipica delle zone lacustri.

La Riserva naturale Cratere degli Astroni offre ai visitatori un vasto numero di sentieri. Ognuno di essi ha una sua peculiarità (botanica, zoologica, geologica) ma si intreccia e si completa con gli altri aspetti. Per le caratteristiche di grande naturalità o per motivi di ricerca e conservazione, alcuni itinerari possono essere chiusi in alcuni periodi dell’anno, pertanto la percorribilità di ciascun sentiero deve essere verificata in anticipo contattando l’Oasi.

Sempre attenti alla didattica e all’educazione ambientale dei più piccoli, quest’anno, dall’11 giugno al 27 luglio, il Cratere degli Astroni apre le porte ai ragazzi tra i 6 e i 15 anni per trascorrere con loro una settimana all’insegna della natura, con due proposte:

  • Jurassic Camp, il campo avventura rivolto ai piú piccoli e tutto dedicato alla scoperta dei rettili piú amati dai bambini;
  • Una settimana da ranger, il campo avventura rivolto ai più grandi e dedicato alla gestione della Riserva attraverso la collaborazione con i guardiaoasi.

La Riserva Naturale Orientata e Biogenetica Valle delle Ferriere è stata istituita nel 1972 ed è inserita tra le 41 biogenetiche italiane censite dal Consiglio d’Europa ed attualmente di proprietà del Ministero delle Risorse Agricole Alimentari e Forestali. La riserva, che si estende su una superficie di circa 455 ettari, è situata nel versante amalfitano della penisola sorrentina in un’ampia valle tra i monti di Scala e il vallone Grevone, al confine tra Amalfi e Agerola.

Questa valle, una volta sede dei corpi di fabbrica (detti anche Ferriere) che servivano per la lavorazione artigianale della famosa carta di Amalfi, esposta a sud e protetta dai venti freddi, costituisce un ecosistema tipico delle zone subtropicali, riproducendo un ambiente naturale caratterizzato da elevata piovosità ed assenza di escursioni termiche.

La principale caratteristica che ha consentito alla Valle delle Ferriere il riconoscimento di Riserva Naturale Orientata è rappresentata dalla presenza di specie rare di felci, quali la Lingua cervina e la Woodwardia Radicans risalente ad epoche antichissime, che crescono e sopravvivono solo in questo ambiente.

Nella riserva l’accesso è consentito, previa autorizzazione del Corpo Forestale dello Stato, solo per motivi di studio, per fini educativi, per escursioni naturalistiche, per compiti amministrativi e di vigilanza, restando vietata qualsiasi altra attività.

LE AREE NATURALI

Chiudiamo la nostra carrellata con la Baia di Ieranto, di cui vi abbiamo raccontato la storia in un precedente articolo.

Si conclude così il nostro lungo viaggio tra la natura incontaminata e gli straordinari paesaggi che rendono il nostro territorio unico. Un patrimonio di inestimabile valore che bisogna tutelare e valorizzare ma prima di tutto conoscere!
Speriamo che le nostre storie vi abbiano ispirato. Buona esplorazione dal Team di Hetor!

Tutte le curiosità più interessanti sulle aree naturali della Campania

Con l’arrivo dell’estate si risveglia anche la voglia di passeggiare all’aria aperta. Sapevate che in Campania ci sono all’incirca 40 aree naturali?

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La Campania offre un panorama naturalistico decisamente variegato, accontentando sia gli amanti del mare che della montagna. Cominciamo il nostro excursus proprio pensando a questi ultimi, presentandovi i 12 Parchi presenti su tutto il territorio.

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I PARCHI

Vi abbiamo già presentato due parchi regionali negli articoli precedenti, il Parco Regionale del Matese e il Parco Regionale di Roccamonfina – Foce Garigliano; di seguito vogliamo darvi una panoramica degli altri, raccontandovi le notizie più interessanti che li riguardano.

Il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni è stato istituito nel 1991; dal 1997 è Riserva della biosfera mentre l’anno successivo è entrato a far parte del Patrimonio dell’umanità dell’Unesco (con i siti archeologici di Paestum e Velia e la Certosa di Padula), e dal 2010 è il primo parco nazionale italiano a diventare Geoparco. L’area naturale protetta corrisponde a circa 36 000 ettari e comprende, in tutto o in parte, i territori di 8 comunità montane e 80 comuni.

Quest’anno l’Ente Parco, in collaborazione con l’associazione “Assaggiatori Associati” e con il contributo e la partecipazione dei Comuni del Parco, ha indetto la prima edizione del premio nazionale Primula Olei 2018 riservato agli oli extravergini d’oliva prodotti nelle Aree Protette Italiane che si terrà con cadenza annuale nel Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni.

Il Parco Nazionale del Vesuvio è stato istituito il 5 giugno 1995 per il grande interesse geologico, biologico e storico che il suo territorio rappresenta e si sviluppa intorno al complesso vulcanico Somma-Vesuvio, il complesso vulcanico ancora attivo più importante dell’Europa continentale.

Nel Parco è possibile fare delle escursioni e attualmente i visitatori possono scegliere tra 9 diversi sentieri che mostrano il territorio da diversi punti di vista in base alle preferenze dei visitatori.

Il Parco nasce dall’esigenza di valorizzare e difendere il Vesuvio. Esso rappresenta il tipico esempio di vulcano a recinto, costituito da un cono esterno tronco, il Monte Somma, (spento e con una cinta craterica in buona parte demolita) entro il quale si trova un cono più piccolo (che rappresenta il Vesuvio, ancora attivo). Il territorio, ricco di bellezze storiche e naturalistiche, vanta una produzione agricola unica per varietà e originalità di sapori.

La bellezza e l’unicità di questo territorio hanno, infatti, ispirato il fumettista statunitense Carl Barks che ha creato il personaggio Disney della strega Amelia, immaginandola come una ragazza dal forte accento locale che vive alle pendici del Vesuvio ammaliando chiunque si trovi al suo cospetto.

Il Parco Regionale dei Monti Picentini è un’area naturale protetta che si sviluppa su di una zona calcareo-dolomitica fra le provincie di Salerno e Avellino. L’area si estende su una superficie di 65.000 ettari e comprende la più vasta distesa forestale e il più ricco serbatoio di acqua potabile del Sud Italia.

La forte presenza di erbe spontanee della macchia mediterranea, continuamente alimentate da innumerevoli sorgenti, permettono l’allevamento brado di animali, quali vacche podoliche, capre, maiali e animali da cortile, che costituiscono il presupposto di una eccezionale risorsa di carne, salumi e di formaggi di qualità pregiata. Questi prodotti, affiancati da castagne, nocciole, tartufi e funghi impiegati nella preparazione dei piatti locali, rendono il territorio dei Picentini una zona estremamente interessante e ricca dal punto di vista gastronomico.

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Il Parco Regionale Monti Lattari , cerniera tra i due versanti della Penisola sorrentino-amalfitana, è stato istituito il 13 novembre del 2003 ed è gestito dall’Ente Parco Regionale dei Monti Lattari, che ne tutela il patrimonio.

I Monti Lattari sono il prolungamento occidentale dei Monti Picentini dell’Appennino Campano, che costeggiano l’Agro nocerino sarnese e si protendono nel mar Tirreno formando la penisola sorrentina.

Sapevate che il loro nome deriva dal termine latino lactariiis? Questo è dovuto al fatto che in passato vi pascolavano numerosi greggi di capre, fornitrici di un ottimo latte che serviva alla produzione di svariati prodotti locali unici nella loro genuinità e che rappresentano ancora oggi dei prodotti di altissima qualità, apprezzati non solo localmente.

Il Parco Regionale del Partenio è stato istituito nel 2002 e comprende 22 comuni di 4 province campane. Il parco persegue delle importanti politiche di sviluppo sostenibile al fine di  conservare, valorizzare, promuovere e rendere fruibili le risorse naturalistiche, ambientali, storico-religiose e culturali dell’area protetta.

A tal proposito, è stato creato un marchio collettivo geografico “Qualità Partenio” al fine di caratterizzare tutti i prodotti locali attraverso un’immagine unitaria e un’unica identità.

Tra i siti di maggiore interesse storico-culturale, nel territorio del Parco troviamo numerosi castelli che è possibile visitare seguendo la nostra mappa:

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Il Parco Regionale del Taburno – Camposauro è stato istituito il 6 novembre 2002 e si estende per 12.370 ettari nella provincia di Benevento. Nato per la tutela del massiccio Taburno-Camposauro, che fa parte dell’Appennino Campano, il Parco offre pregevoli risorse naturali e paesaggistiche in un contesto di notevole interesse storico, culturale e di tradizioni.

Oltre i 9 sentieri naturalistici, è possibile godere di alcuni itinerari che ripercorrono la storia e le tradizioni di questi luoghi:

  • La via dei Mulini – Sorgenti, torrenti e fontane
  • La via del Borgo – Racconti popolari e realtà del paese
  • La via del Grano – Grano, paglia e tradizioni
  • La via dei Briganti – Natura, storia e leggenda
  • La via del Vino – Vigne, cantine e sagre.

Il Parco Regionale del Fiume Sarno è un’area protetta istituita nel 2003 che comprende 11 comuni delle province di Napoli e Salerno attraversati dal fiume Sarno.

Il territorio del Parco è caratterizzato da scorci naturali di insospettabile bellezza e rappresenta un’area di altissimo valore storico, archeologico e culturale: basti pensare alla sola Pompei, ma anche agli importanti centri archeologici di Torre Annunziata e Castellammare di Stabia, il patrimonio artistico-culturale della città di Nocera Inferiore e i luoghi di importanza archeologica siti a Sarno.

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Il Parco Regionale Campi Flegrei  protegge un’area vulcanica attiva del territorio della Campania, l’archiflegreo, in continua evoluzione. Ciò ha determinato, nel corso dei secoli e nell’interazione con gli insediamenti umani, il formarsi di una incredibile varietà di valori, materiali e immateriali, unici al mondo.

Le buone condizioni climatiche e la presenza di una discreta percentuale di umidità relativa dovuta alla presenza dei laghi, unite all’eccezionale fertilità del terreno, hanno favorito, al termine dell’attività vulcanica, l’insediamento di specie vegetali appenniniche e mediterranee, che si sono distribuite in funzione delle condizioni ambientali: è per questo che nel territorio flegreo convivono, in poco spazio, molteplici associazioni vegetali, che elevano di molto il livello di biodiversità vegetale dell’area e, per conseguenza, il suo valore ecologico.

Il Parco dei Campi Flegrei comprende un imponente patrimonio archeologico, paesaggistico, naturalistico, storico e termale, come si può vedere dai numerosi punti presenti sulla nostra mappa.

 

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Il Parco Naturale Diecimare è stato istituito nel 1980 ed è diventato Oasi WWF a partire dal 1993. Esso comprende i comuni di Cava de’ Tirreni, Mercato San Severino e Baronissi, in provincia di Salerno.

L’origine del nome è molto interessante. Sembra infatti che gli stessi abitanti locali abbiano dato il nome alla zona, poiché molti contadini che coltivavano le diverse aree di terreno per il Monastero di Cava de’ Tirreni, dovessero versare la cosiddetta “decima”, ovvero la decima parte del raccolto. Da qui il nome Diecimare.

Esiste un’altra ipotesi secondo la quale il nome deriva dal fatto che salendo sulla cima delle colline è possibile vedere sia il Golfo di Napoli che quello di Salerno, con i vari paesi della costiera amalfitana. Cioè si giunge in cima dopo aver visto 10 volte il mare.

Il Parco è molto ricco dal punto di vista della flora e della fauna che è possibile scoprire ed esplorare attraverso suggestivi itinerari. Inoltre, all’interno dell’area sono disponibili un’area attrezzata per visitatori, una fattoria didattica per bambini, unitamente a una rete di percorsi attrezzati che rendono l’esplorazione della zona facile e interessante.

Il Parco Metropolitano delle Colline di Napoli si estende per 2.215 ettari nella parte nord-occidentale della città, al centro dell’area metropolitana, e preserva aree collinari lasciate libere dall’espansione urbana degli anni ’60 e ’70. Per la vicinanza ai quartieri moderni e storici, si apre alla città con numerose porte d’ingresso, in prossimità con le stazioni della metropolitana e i caselli della tangenziale.

Tutta la struttura collinare poggia su un basamento di tufo giallo caotico detto anche napoletano, caratterizzata dalla notevole presenza di valloni, di ampie conche e cavità naturali che si alternano a larghe strisce coltivate con sistemazione a terrazzamenti. Le colline di Napoli rappresentano una grande riserva ambientale a scale metropolitana che compensa l’eccessiva e sovraccarica urbanizzazione circostante.

Il Parco è aperto a usi diversi, pubblici e privati, infatti al suo interno devono poter convivere: zone di riserva integrale, aree agricole, insediamenti abitati, strutture agrituristiche, spazi di verde pubblico e attrezzati.

 

LE OASI

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In alcuni articoli precedenti vi abbiamo già parlato di due delle Oasi che si trovano nella nostra regione, l’Oasi Valle della Caccia e l’Oasi di Persano.

Ma le Oasi in Campania sono davvero tante e di seguito ve le riportiamo tutte:

L’Oasi Bosco di San Silvestro fa da corona alla splendida Reggia di Caserta e si trova all’interno di un Sito d’Importanza Comunitaria nel nucleo urbano di Caserta.

L’area comprende le due colline contigue di Montemaiuolo e Montebriano, da dove nasce la cascata che alimenta le fontane dello straordinario parco Vanvitelliano. E’ un importante esempio di foresta sempreverde costituita in massima parte da leccio e macchia mediterranea, un tempo Riserva di caccia e azienda agricola dei Borbone.

L’oasi può essere visitata attraverso una serie di itinerari organizzati e vi è anche la possibilità di fare dei percorsi tematici notturni per godere delle bellezze del territorio in un’atmosfera suggestiva e insolita. Inoltre, la società che gestisce l’oasi è una vera e propria fattoria didattica riconosciuta ed inserita nell’Albo delle Fattorie Didattiche della Regione Campania e offre percorsi di educazione alimentare e ambientale.

L’Oasi Monte Polveracchio si trova nel cuore dei Monti Picentini, nella città di Campagna, in provincia di Salerno, ed è anche nota come oasi del lupo.

Si tratta di una vasta area WWF di 200 ettari, realizzata dal 1988, in cui la varietà di flora e fauna disegnano uno scenario straordinario: ruscelli, sorgenti purissime e sentieri da cui godere di una vista mozzafiato.

L’Oasi dispone di un centro visite, di aree attrezzate per la sosta e percorsi natura. Dell’oasi fa amministrativamente parte anche la Valle della Caccia.

L’Oasi Bosco Camerine è un’oasi WWF istituita nel 1999 che si trova in Provincia di Salerno, nel Comune di Albanella, in un’area di circa 100 ettari contigua al Parco Nazionale del Cilento Vallo di Diano e Alburni.

L’Oasi è aperta tutto l’anno e sia nel centro storico di Albanella che all’ingresso dell’area protetta sono presenti dei Centri visita. Per gli appassionati vi sono diversi sentieri che attraversano il bosco, arricchiti da pannelli illustrativi sulla fauna e sulla flora residente.

Nei pressi dell’ingresso “ovest” la Comunità Montana ha realizzato una torre di avvistamento in legno, aperta a tutti, che permette di avere una splendida visuale su tutta l’area protetta.

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L’Oasi Fiume Alento è situata nel cuore del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, all’interno di un’area SIC (Sito di Importanza Comunitaria) di 3.024 ettari che comprende gran parte del fiume Alento.

L’Oasi è un grande parco naturalistico che offre un’ampia gamma di servizi turistici. Nel complesso è presente una diga in terra che, sbarrando il corso del fiume, origina un lago artificiale di circa 1,7 kmq. Lungo la sponda destra del corso d’acqua si sviluppa l’Oasi naturalistica, costituita da laghetti di importante valore ecologico, che ha lo scopo di contribuire a salvaguardare la ricchezza di biodiversità mediante attività di conservazione.

L’integrità dell’habitat naturale dell’Oasi rappresenta ormai da anni un’originale attrattiva per famiglie, scuole e sportivi. Infatti, il 10 giugno ospiterà il 1° Trofeo Nazionale Oasi Fiume Alento di nuoto pinnato di fondo, manifestazione a livello nazionale aperta a tutte le categorie agonistiche e master valida anche come terza prova di coppa Italia di fondo della stagione agonistica 2018.

L’Oasi Grotte del Bussento si trova all’interno di un Sito d’Importanza Comunitaria, nel Comune di Morigerati, in provincia di Salerno e costituisce un geosito principale per il rilevante fenomeno carsico.

L’area si estende per circa 607 ettari all’interno del Parco Nazionale del Cilento Vallo di Diano e Alburni ed è anche nella lista mondiale dei Geoparchi.

La lussureggiante vegetazione accompagna i visitatori lungo tutto il sentiero che si snoda dal centro storico lungo un ruscello con sorgenti, cascate, un antico mulino fino alla grotta dove si assiste alla risorgenza del fiume carsico Bussento.

L’Oasi Lago di Conza è stata istituita nel 1999 e rappresenta una delle più estese aree umide della Campania, ponendosi come importante stazione di ristoro e riposo delle specie di uccelli che migrano tra Tirreno e Adriatico.

L’Oasi, oltre ad offrire la possibilità di percorrere tre distinti sentieri, presenta una serie di punti di interesse che vanno dal centro visite dotato di molteplici servizi per i turisti, all’antico frutteto delimitato dal muretto a secco, il bosco sommerso, il giardino aromatico e delle testuggini, l’area faunistica delle cicogne bianche, lo stagno didattico e il belvedere.

L’Oasi Monte Accellica è un’oasi WWF dal 1997 sita nel comune di Giffoni Valle Piana, in provincia di Salerno, e compresa all’interno del Parco Regionale dei Monti Picentini.

Grazie a un territorio estremamente articolato, l’Oasi si presenta come il più ricco ed importante campionario di specie vegetali di tutto il massiccio dei Picentini e presenta al suo interno un Orto Botanico dove è possibile ammirare e studiare tutte le specie arbustive ed erbacee che nascono lungo le rive del Mediterraneo.

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L’Oasi Lago di Campolattaro rientra nella RETE NATURA 2000 ed è riconosciuta a livello Europeo, in ragione della presenza di ambienti e specie a forte rischio di conservazione, come SIC (Sito di Interesse Comunitario) “Alta Valle del Fiume Tammaro” e come ZPS (Zona di Protezione Speciale) “Invaso del Fiume Tammaro”.

Dal 2003 è un Oasi WWF con un estensione di oltre 1000 ettari ricadenti nei Comuni di Morcone e Campolattaro, in provincia di Benevento.

All’interno dell’Oasi si svolgono attività di educazione ambientale, culturali e ricreative, di monitoraggio dell’avifauna, escursioni e attività sportive.

L’Oasi Le Mortine è situata al confine tra Molise e Campania, nei comuni di Venafro e Capriati a Volturno, in provincia di Caserta ed è stata affidata alla gestione del WWF nel 1999.

Situata lungo il breve tratto del fiume Volturno che segna il confine tra Molise e Campania, l’Oasi Le Mortine occupa una lanca fluviale artificiale, creatasi in seguito alla costruzione di uno sbarramento per la produzione idroelettrica. Nell’Oasi Le Mortine sono presenti un giardino botanico, stagni didattici, percorsi Natura, capanni, bird watching, aree pic-nic attrezzate, percorsi ciclabili, noleggio bici, passeggiate a cavallo.

L’Oasi Torre di Mare è un’oasi di Legambiente che si trova lungo la costa della località Torre di Mare, nel comune di Capaccio Paestum, in Campania, ed è l’unico esempio in Campania di oasi marina protetta e di libero accesso che si estende per 20 ettari in circa 500 metri lineari.

La pineta è stata realizzata dai volontari di Legambiente nel 1997 per tutelare e preservare questa area dalle costruzioni abusive ed è tuttora gestita dall’ente Legambiente che ha predisposto una serie di importanti iniziative volte all’educazione ecologica, soprattutto dei più piccoli: laboratori, visite guidate ma anche attività di ricerca in collaborazione con i dipartimenti di biologia e agraria delle maggiori università italiane.

 

Se pensate che sia tutto, non temete! Questa è solo la prima parte delle bellezze naturali presenti in Campania.

Hetor ha in serbo altre chicche per voi che arriveranno nel prossimo articolo, così avrete la panoramica completa e potrete scegliere quali visitare per godere a pieno la natura incontaminata presente nella nostra regione.

STAY TUNED!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Guida al Parco Regionale del Matese: storia e tradizioni di un territorio baciato dalla natura

Ecco la seconda parte del viaggio intrapreso settimana scorsa tra le bellezze del Parco Regionale del Matese: luoghi selvaggi, paesaggi mediterranei, grotte, aree archeologiche, borghi suggestivi e prelibatezze della tradizione locale.

 

In visita alle fortificazioni del luogo

Sappiamo che la Campania è una terra ricca di bellezze storiche ed architettoniche che si sposano perfettamente con le meraviglie naturali di questa regione.

 

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Fra i luoghi di maggior valore storico, è di dovere annoverare i suoi castelli. In particolare, l’area del Matese ne è ricca: con l’arrivo dei Saraceni, i centri si arroccarono tutti sui rilievi, in posizioni più riparate. La maggior parte di questi borghi conserva ancora perfettamente l’antica struttura medievale: le porte di accesso, le mura, le chiese, i castelli.

Uno degli esempi più significativi è il Castello di Prata Sannita, costruito nel XII secolo, perfettamente conservato. Esso è parte integrante di un piccolo borgo ancora parzialmente racchiuso dalle sue mura e si eleva su un costone roccioso che degrada verso il fiume Lete.

Lo stesso accade per il centro storico di Ailano, che conserva una struttura tipicamente medievale con stradine strette e tortuose che hanno origine dall’imponente castello medievale, costruito prima dell’anno 1000 sui resti di una villa romana e dotato ancora oggi di una possente torre circolare con base scarpata.

Altro paese costruito intorno al Castello di origine medievale è Cusano Mutri, dichiarato uno dei borghi più belli della Campania. Esso, infatti, sorge su uno sperone roccioso sull’estremo lembo orientale del massiccio del Matese e conserva ancora il suo fascino medievale, caratterizzato dalle strette stradine, dai portici e dalle case con portali e finestre in pietra lavorata. In piazza Lago sorgeva il Castello che dominava tutta quest’area di cui, oggi, non restano che alcuni ruderi poiché distrutto a causa di un’insurrezione popolare nel XVIII. Sull’origine del castello non si ha alcuna documentazione scritta anche se un forte era già citato nella bolla di papa Felice III che nel 490 elesse il primo parroco della chiesa di san Pietro, sita appunto presso le mura del castello.

Su un colle che domina gli abitati circostanti si trovano il Castello di Gioia Sannitica, di cui oggi restano cospicui resti su un’altura isolata in contrada Caselle, e il Castello di Letino, sito a 1200 metri sul livello del mare. Quest’ultimo si trova racchiuso in una poderosa cinta muraria, al cui interno si trovano il Santuario di Santa Maria del Castello e il cimitero del comune.

Cinto da possenti mura è anche il Castello di Cerreto Sannita, poco distante dall’attuale centro abitato, mentre nel cuore del borgo antico si trova il Castello di Faicchio: oggi location per matrimoni, risale al XIII secolo, come recita l’epigrafe posta sul portale d’ingresso ma fu ristrutturato e trasformato dal nobile napoletano Duca Gabriele De Martino.

Tra gli altri, si ricordano anche il Castello di Capriati a Volturno, facilmente individuabile grazie all’alta e possente torre circolare, il Castello ducale dei Gaetani d’Aragona di Piedimonte Matese, la torre di Pietraroja e il Castello del Matese, di cui si ammirano ancora le torri circolari con base a scarpa e dei tratti delle mura della fortezza.

Infine, posto tra i  comuni di Sant’Angelo d’Alife e di Raviscanina, si trova il Castello di Rupecanina, strategicamente ben posizionato nell’ambito dell’assetto viario della Media Valle del Volturno.

 

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Prelibatezze e prodotti naturali del territorio da assaggiare assolutamente

Immancabile dopo una visita alla bellezze del territorio, una sosta rigeneratrice. È questo il momento giusto per assaporare le prelibatezze che questa terra offre.

Sopra ogni cosa, visto anche il notevole sviluppo della pastorizia in queste aree, bisogna gustare i formaggi tipici: la marzellina, anche detta ricotta di pecora del Matese, o meglio Récotta Sécca, è frutto del lavoro delle popolazioni dei monti del Matese, che tradizionalmente e storicamente sono sempre state popolazioni di pastori, testimoniato dal grande numero di aziende ovine presenti sul territorio.

Prodotta in tutte le aree montane del Massiccio del Matese, ma soprattutto nei Comuni di San Gregorio Matese e Castello del Matese, è ottenuta dalla successiva lavorazione del siero di latte di pecora, residuo della lavorazione del pecorino, appena dopo l’estrazione della cagliata; la ricotta viene raccolta e versata in fuscelle cilindriche dove permane per 24 ore e poi, viene estratta, salata e messa ad asciugare su ampi tavole di legno di faggio; successivamente viene conservata in barattoli ermetici con l’aggiunta di poco olio e foglioline di pimpinella, cioè timo essiccato, a volte aromatizzate solo in superficie con del peperoncino.

Altro formaggio, prodotto principalmente nei comuni di San Gregorio Matese e Castello del Matese è la stracciata del Matese, altresì detta Stracciata ré Matese, il cui nome deriva dal gesto di “stracciare” la pasta che da forma al prodotto. Il sapore è piacevole, dolce e delicato; viene consumato fresco di giornata. Si differenzia dalla Stracciata irpina per la maggiore consistenza e per la forma data al prodotto, a mo’ di cordone, di dimensioni variabili e di peso che arriva fino ad 1 kg.

Altri formaggi tipici della zona sono: il formaggio duro e il formaggio morbido del Matese, il pecorino e il caso maturo.

 

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Da ricordare anche il prosciutto di Pietraroja, dall’aroma delicato ed inconfondibile, prodotto nell’omonimo comune del beneventano. Questa bontà è famosa e rinomata da secoli: in una collezione di stampe dell’archivio del Regno di Napoli il simbolo di questo piccolo paese del Beneventano rappresenta una donna con un prosciutto, mentre nel 1917, Antonio Iamalio, nella sua descrizione della provincia di Benevento, ci dice che “Fiorente vi è principalmente l’allevamento dei suini, donde i rinomati prosciutti di Pietraroja”. Purtroppo oggi la sua produzione si è ridotta di molto ed è per lo più destinato al consumo familiare.

Sempre nell’area di Pietraroja e di Cerreto Sannita crescono i virni, funghi tipicamente primaverili, molto ricercati per le ottime caratteristiche organolettiche. Le aree di crescita nella zona sono chiamate vernere, spesso caratterizzate da un’area a forma “di ferro di cavallo” con il colore dell’erba più scuro, fenomeno attribuito dalla fantasia popolare al passaggio di una janara, una strega. I virni sono presenti nei menù di tutti i ristoranti tipici della zona nel periodo di raccolta, regalando piatti come tagliatelle, frittate o uova strapazzate con formaggio, ma vengono consumati anche crudi.

Prodotto coltivato nell’area da almeno un secolo è la patata nera del Matese che costituiva la base dietetica delle popolazioni locali più povere, alimentando, in passato, un fiorente commercio che raggiungeva le città di Napoli e Caserta, che purtroppo oggi è quasi scomparsa: l’abbandono delle coltivazione a favore della pastorizia estensiva è sempre più frequente.

Veniva utilizzata soprattutto per minestre e, insieme ad altre varietà locali, è ingrediente base anche del pane di patate, ancora prodotto a Cusano Mutri. Veniva fatto in tutte le case, costituendo l’alimento base per ogni famiglia: di antica origine, la sua preparazione ed i suoi ingredienti sono rimasti pressoché identici ed invariati. Viene prodotto e consumato soltanto a livello locale, anche se è molto apprezzato dai visitatori delle sagre che hanno luogo nel comune di Cusano Mutri in estate.

Contestualmente alla raccolta dei tuberi viene seminata la segale sécena: un tempo impiegata per la panificazione, oggi viene utilizzata per l’alimentazione, soprattutto invernale, del bestiame.

Per chi volesse gustare un buon piatto di pasta della tradizione consigliamo i carrati: pasta fresca di grano duro realizzata lavorando rettangoli di pasta da cui si ricavano pezzetti di lunghezza variabile che vengono arrotolati, trainati o “carriati”, da cui il nome, con un veloce gesto delle dita unite attorno ad un ferretto, il quale è patrimonio di ogni famiglia e fa parte del corredo delle spose. Vengono conditi con ragù di pecora o gallina, ragù di carciofi, ragù di pomodoro con pecorino stagionato e noci. I carrati sono, nella tradizione pietrarojana, un cibo rituale, connesso alla stagione di semina del grano: la lunghezza del carrato, dovuta all’abilità della massaia, era direttamente proporzionale alla lunghezza delle spighe raccolte.

Prodotto tipico da assaggiare giunti a Sant’Angelo d’Alife sono i biscotti dell’Angelo, taralli dalla consistenza morbida e dal gusto delicato. È a tutti gli effetti un cibo rituale: non è confezionato a scopo di vendita ma solo per la festa di San Michele Arcangelo, celebrata il 29 settembre nell’omonimo santuario e relativa grotta dedicata al santo.
Un’altra ricetta che si tramanda di generazione in generazione è quella dei taralli di San Lorenzello.

 

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Anche la cipolla Alifana presenta caratteristiche organolettiche particolarmente apprezzate: ha sapore dolce, intenso, aromatico ma non acre; ottima consistenza, polpa croccante e soda. Vengono vendute e conservate nelle caratteristiche nzerte, intrecci realizzati con le foglie essiccate, da tenere rigorosamente appesi. La cipolla alifana viene utilizzata nella cucina tradizionale locale per la preparazione di minestre con fagioli, sedano, carota, olio extravergine di oliva, dette “cipollata”.

Tra gli altri prodotti coltivati e prodotti all’interno dell’area del Massiccio del Matese troviamo:

  • la castagna Jonna, chiamata così da un termine che in dialetto significa “bionda” poiché ha una buccia con striature chiare: è la castagna che viene ampiamente utilizzata per la produzione dei buonissimi marron glacè;
  • il granturco di Gallo Matese, utilizzato per l’alimentazione umana e mai per l’alimentazione animale, per la produzione di polenta anche nella tradizionale forma del frattaccio;
  • il timo delle coste del monte Mutria, che cresce spontaneo in quest’area, viene utilizzato per tisane o per condire minestre ed arrosti, ma anche per la concia di formaggi e ricotta essiccata;
  • il fagiolo di Gallo Matese, ecotipo locale, ottimo per zuppe, minestre, oppure con il frattaccio, polenta raffreddata e tagliata in pezzi schiacciati;
  • il cece e le lenticchie di Valle Agricola, molto pregiati, dal sapore intenso, sono sfruttati soprattutto essiccati per la preparazione di piatti della cucina tradizionale locale.

L’area del Matese è da sempre considerata pura ed incontaminata, posta nel cuore della Campania, e da sempre ha destinato parte dei suoi terreni alla coltivazione della vite.

Sannio, Falanghina, Beneventano, sono solo alcuni esempi di vini con denominazione D.O.C., D.O.P. e I.G.T. che vengono alla luce proprio in questo territorio.

 

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In alcune aree la vite e la sua epoca vegetativa, scandiscono il tempo della vita della comunità locale, in particolare nelle aree tra il massiccio del Matese e il Taburno, e dalle pendici del Taburno al fiume Calore.

 

Dopo aver letto di questa terra e di tutto ciò che offre non vi è venuta voglia di ammirarla in tutta la sua bellezza?

Buona visita!

Guida al Parco Regionale del Matese: storia e tradizioni di un territorio baciato dalla natura

Parco Regionale del Matese : storia e nascita

Il Parco Regionale Matese occupa un’area di 33.326,53 ettari, istituito nel 1993 ma entrato in funzione solamente nel 2002.

Il territorio del parco comprende prevalentemente il massiccio montuoso del Matese: l’area si estende su due Province, Caserta e Benevento, per un totale di 20 comuni.

 

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Il parco, che prende il nome dal lago del Matese, è il paradiso degli escursionisti e degli sportivi, soprattutto vista la varietà di luoghi selvaggi, popolati da una ricca fauna come lupi ed aquile reali, ma anche paesaggi dolci, paesaggi mediterranei, fatti di uliveti, con laghi dalle acque azzurre in cui si specchiano le cime delle montagne.

La ricchezza dei pascoli, in particolare, ha permesso un notevole sviluppo della pastorizia che, insieme all’agricoltura ed allo sfruttamento dei boschi, ha rappresentato nel passato la principale fonte di reddito delle popolazioni dell’area.

Non mancano poi i centri storici originali e ottimamente conservati, che trasudano tanta storia, con reperti che spaziano dai Romani ai Sanniti, in cui si vive in una condizione di grande tranquillità e in cui si possono assaporare prodotti tipici unici e genuini.

 

Insediamenti romani sul territorio

Il Matese rappresenta innanzitutto un grande patrimonio di storia, tradizioni e cultura. Nei sui borghi è possibile camminare a piedi attraverso stradine in pietra che trasudano storia. Una storia che è raccontata anche all’interno del Museo archeologico dell’antica Alliphae.

Il Museo archeologico dell’antica Alliphae nasce nel 2004, in seguito al successo della mostra, inizialmente temporanea, dal titolo Ager Alliphanus che aveva l’obiettivo di illustrare la storia e la cultura delle popolazioni che abitarono nell’antichità il territorio del Matese – Casertano. Questa nasceva in seguito al ritrovamento di alcuni reperti di una necropoli databili dal VII al IV secolo a.C. e rinvenuti in occasione dei lavori per l’allargamento del cimitero del comune di Alife.

Il Museo statale, oggi, dipendente della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta, è situato in uno stabile moderno di proprietà del Comune di Alife, dove trovano spazio anche l’Ufficio Archeologico territoriale e alcuni magazzini in cui sono stipati centinaia di altri reperti.

Al suo interno sono esposti i reperti archeologici provenienti dalla piana di Alife, testimonianze della lunga e stabile frequentazione dell’area dal tardo Neolitico sino all’età medievale: armi e strumenti litici, iscrizioni e sculture, vasellame ceramico e vitreo, oggetti in metallo, frammenti di affreschi e mosaici.

La sala, inoltre, ospita reperti provenienti da altre due necropoli: quella di Croce Santa Maria, scavata nel 1907 in un territorio a nord-ovest di Alife e che portò alla luce circa 50 tombe databili dal VII al IV secolo a.C., e quella in località Conca d’Oro, frutto di uno scavo avvenuto nel 1880, che portò alla luce anche alcune tombe dipinte.

L’istituzione ad Alife di un Museo Archeologico rientra in un piano globale per la creazione di una rete di musei territoriali, intesi a valorizzare il patrimonio storico-archeologico e a rivitalizzare, anche dai punti di vista turistico, socio-economico e culturale, significativi centri della Campania interna.

Il percorso espositivo del museo è stato concepito per permettere al visitatore di ripercorrere cronologicamente e topograficamente i vari rinvenimenti avvenuti sul territorio di Alife; l’ingresso al museo è gratuito ed è possibile dal martedì al sabato dalle 09.00 alle 19.00 e la domenica fino alle 13.00.

 

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All’interno di questa rete di musei volti a valorizzare il patrimonio storico – archeologico del territorio, si inserisce anche il recupero dell’Anfiteatro romano.

L’anfiteatro è databile ai primi decenni del I secolo d.C., grazie al rinvenimento di parte di un’iscrizione dedicatoria, e si imponeva sul panorama extraurbano della città antica.

Le dimensioni dell’Anfiteatro di Alliphae erano piuttosto significative, proprio a dimostrare quanto la città fosse importante all’interno dell’Impero. Con una capienza di circa 14.000 spettatori, il monumento era così grande, infatti, da ritrovarsi tra i più grandi dell’Impero Romano. Le assi maggiori misurano 107 metri per 84 e dovevano elevarsi fino ad un’altezza di 20 metri, così da avere una tribuna di spettatori a più piani. Tuttavia alcuni studi hanno evidenziato una seconda fase costruttiva che ne ridusse l’altezza ricavandone una tribuna interna destinata ai cittadini più illustri.

Il monumento fu poi progressivamente smantellato per il riuso dei materiali edilizi lapidei nella costruzione della vicina città, a partire dal V secolo, in seguito all’abolizione dei giochi anfiteatrali. L’anfiteatro venne così abbandonato, sommerso nel sottosuolo, fino ai giorni nostri: nonostante, infatti, già il Trutta nel VII secolo avesse individuato la sua posizione, riportando la notizia nelle sue Dissertazioni Istoriche delle Antichità Alifane, bisogna aspettare la fine del secolo scorso per l’individuazione precisa del monumento. Nel 1976, infatti, tramite a delle riprese aeree, si capì che l’assenza di vegetazione su un suolo agricolo, poteva essere sintomo di una struttura sottostante, la cui forma riportava alla mente proprio l’idea di un’arena romana.

Oggi il monumento, in seguito ad alcuni lavori di restauro, è parzialmente recuperato: sul territorio interessato dallo scavo sorgono alcune strutture abitative che ne impediscono il recupero totale. Al suo interno, comunque, si svolgono attività ricreative, eventi musicali e teatrali (dal 2001 rientra nel circuito “Teatri di Pietra”) ed è sempre possibile visitarlo.

 

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Il culto micaelico in rupe

Il territorio montuoso in cui si inserisce la Valle del Volturno è caratterizzato anche dalla presenza di grotte e cavità, sia naturali che artificiali. Le grandi protagoniste di queste montagne, infatti, non sono soltanto luoghi di esplorazione, di studio naturalistico e di avventura, ma anche scrigni di storia e d’arte.

Numerose sono le cavità naturali dedicate al culto di San Michele Arcangelo, di retaggio longobardo. Il culto micaelico, infatti, si sviluppò presso i Longobardi dopo la conversione dall’arianesimo al cattolicesimo, avvenuta alla fine del VI secolo dopo il loro stanziamento in Italia. Questo popolo riservò una particolare venerazione all’Arcangelo Michele, al quale attribuirono le virtù guerriere un tempo riconosciute nel dio germanico Odino.

Il culto di San Michele Arcangelo è particolarmente radicato in Campania: si contano circa 90 tra chiese, monasteri, basiliche, santuari, grotte ed eremi dedicate al culto di Santo. Di questi, 70 sono di origine rupestre (chiese, santuari, grotte e basiliche) e diffusi in zone montuose dal Matese ai Picentini, fino al Cilento.

 

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Nel territorio del Matese, in particolare, si ricorda la Grotta di San Michele a Raviscanina.

Il centro medievale oggi chiamato Castello o Sant’Angelo vecchio, sito sulla sommità della collina tra Sant’Angelo d’Alife e Raviscanina, prende il suo nome dalla grotta dedicata a San Michele, sita alla base del colle dominato dai resti del castello e del borgo medievale. Essa custodisce tutt’oggi al suo interno la chiesa, il tabernacolo, nicchie e affreschi risalenti al IX secolo, mentre al XVIII secolo risale la cappella ubicata al suo esterno.

L’area fu dimora di uomini del periodo preistorico, come testimoniano tracce di antiche pitture purtroppo oggi non più visibili; divenne poi, con i Longobardi, santuario per il culto di San Michele Arcangelo, protettore della nazione Longobarda. La leggenda narra che proprio in questo luogo vi fu una lotta tra il Demonio e l’Arcangelo Michele.

Il culto oggi è praticato in una cappellina sita all’esterno ed a qualche metro dall’ingresso della grotta, largo circa 3,50 metri ed alto circa 7. A sinistra dell’ingresso su un tratto di roccia spianata artificialmente si notano scarsissimi resti di un affresco. Le pareti sono di roccia calcarea e il pavimento di humus caduto dall’alto; nella zona centrale ci sono delle costruzioni adibite al culto, tra cui un’imponente edicola coperta da una cupola di pietre legate da malta, sorretta da quattro pilastri collegati da archi a tutto sesto. Appoggiata ad uno dei pilastri si trova l’altare e la zona in cui si trovavano le edicole.

Molti degli elementi presenti in questa piccola grotta si trovano anche in altri luoghi di culto micaelici, come ad esempio l’edicola coperta a cupola, presente anche nella grotta di San Michele a Faicchio.

 

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Alla settimana prossima per la seconda parte di questo viaggio tra le bellezze e i luoghi del Parco Regionale del Matese!

Gli Open Data per il patrimonio culturale della Campania

Evento di conclusione dei progetti di Alternanza Scuola – Lavoro con il Progetto Hetor

Venerdì 11 Maggio 2018 si è tenuto, presso l’Aula P1 dell’Università degli Studi di Salerno, l’evento finale dei progetti di Alternanza Scuola – Lavoro.

Le scuole coinvolte nelle attività con il Progetto Hetor hanno presentato i risultati del lavoro svolto durante il loro percorso.

 

 

Gli studenti hanno lavorato nell’ambito della valorizzazione del patrimonio culturale della Regione Campania. Come risultato gli alunni hanno contribuito alla creazione di dataset pubblicati con licenza open e la stesura di articoli pubblicati sul blog del progetto Hetor.

Hanno aperto la giornata i saluti del Professor Vittorio Scarano, Dipartimento di Informatica, Università di Salerno e Coordinatore del Progetto Europeo ROUTE-TO-PA, EU Horizon 2020, del quale Hetor è pilot, che ha ringraziato tutti i presenti per l’impegno profuso e per la riuscita del progetto.

Inoltre hanno partecipato all’evento personalità nazionali ed internazionali del mondo degli Open Data:

  • Francesca De Chiara (The Govlab Fellow at New York University & Researcher at Digital Commons Lab, Fondazione Bruno Kessler), esperta di Open Data dal 2011, ha mostrato agli studenti un video realizzato dall’Open Government Partnership nel 2012, ma ancora molto attuale, per spiegare come sia nato il dibattito sugli Open Data e per spiegare come i governi stiano utilizzando dati pubblici per risolvere problemi quotidiani, citando anche piattaforme collaborative per la produzione di Open Data quali OpenStreetMap e Wikimedia;
  • Conchita D’Ambrosio (Ethical Advisor del Progetto ROUTE-TO-PA Professoressa di economia presso l’Università del Lussemburgo), produttrice ed utilizzatrice in prima persona di Open Data.  Durante il suo intervento ha sottolineato come i giovani di oggi si troveranno a dover affrontare un mondo del lavoro completamente diverso da quello che conosciamo oggi e come, questo primo approccio legato al mondo della tecnologia degli Open Data possa servirgli in futuro;
  • Jerry Andriessen (Wise & Munro, Coordinatore WP 5 del Progetto ROUTE-TO-PA, The Hague, NL) ha mostrato come è nato e come si è evoluto nel corso degli anni il progetto ROUTE-TO-PA, in particolare analizzando l’importanza dei pilot di progetto.

 

Successivamente la parola è passata ai ragazzi, che hanno esposto le attività svolte durante il loro percorso di Alternanza Scuola – Lavoro con il progetto Hetor.

Le scuole che hanno partecipato sono:

  • I.I.S. A.M. Maffucci – Calitri (Av)
  • I.I.S.S. G.B. Vico – Nocera Inferiore (Sa)
  • I.S.I.S. Ferraris – Buccini – Marcianise (Ce)
  • Liceo Scientifico Statale A. Diaz – San Nicola La Strada (Ce)
  • Liceo Scientifico Statale P.S. Mancini – Avellino (Av)
  • ProfAgri Salerno – sede di Castel San Giorgio (Sa)

 

 

Sono stati realizzati in totale 36 dataset:

 

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In una seconda fase si è passati alla visione dei poster allestiti dagli studenti, con i quali hanno presentato agli ospiti e alle altre scuole presenti, il processo di realizzazione dei dataset da loro realizzati, dalla ricerca delle fonti fino alla realizzazione della tabella vera e propria e delle datalet ottenute dai dati.

In conclusione Mirjam Pardijs (Wise & Munro,  e Learning research For understanding practices of learning, The Hague, NL), insieme a Jerry Andriessen hanno espresso il loro apprezzamento per i lavori realizzati dagli studenti, dopo averli attentamente osservati e discusso con loro, sottolineando soprattutto l’importanza del ruolo che hanno avuto proprio gli studenti nell’ambito del progetto ROUTE-TO-PA e come siano stati abili nell’utilizzare uno strumento apparentemente difficile come la piattaforma SPOD in modo così proficuo.

Alla fine della manifestazione il Prof. Vittorio Scarano, congratulandosi con le scuole per i risultati raggiunti, ha consegnato ai docenti rappresentanti di ogni scuola degli attestati di partecipazione.