Parco Regionale di Roccamonfina – Foce Garigliano

Il Parco Regionale Roccamonfina e Foce Garigliano è stato istituito nel 1993.

Conta circa 9.000 ettari di superficie che interessa alcuni comuni della provincia di Caserta: Sessa Aurunca, Teano e cinque comuni facenti parte della comunità montana di Monte Santa Croce, ossia Roccamonfina, per l’intero territorio, parzialmente Marzano Appio, Conca della Campania, Galluccio e Tora e Piccilli.

 

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A protezione dell’intera area troviamo l’apparato vulcanico di Roccamonfina, l’antico Mons Mefineus. Il Vulcano di Roccamonfina è il più antico apparato vulcanico della Campania, il quarto vulcano d’Italia ed il quinto per altitudine. Strutturalmente assomiglia molto al Vesuvio, ma ne è molto superiore per dimensioni avendo un diametro di oltre 15 km, e possiede una cerchia craterica esterna di circa 6 km di diametro al cui interno si trovano i coni vulcanici del Monte Santa Croce e del Monte Làttani, formatisi in epoche successive.

L’intero territorio è ricco d’acqua, che ne ha plasmato la morfologia. Il fiume Garigliano, che attraversa il Parco, scava il suo letto tra i terreni vulcanici del Roccamonfina ed i terreni calcarei dei Monti Aurunci. Oltre al Garigliano, i due corsi d´acqua più importanti del territorio sono il Fiume Savone ed il Fiume Peccia.

L’area del Parco è stata suddivisa in tre zone denominate: “A”, zona a tutela integrale, “B”, zona orientata alla protezione e “C”, che prevede la riqualificazione dei centri urbani e la loro promozione economica e sociale.

 

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Il territorio è caratterizzato geologicamente dalla presenza di lave e tufi, risultanti dall’attività del vulcano di Roccamonfina attivo tra i 630.000 e 50.000 anni fa.

Il parco gode di una fitta vegetazione, tra cui trovano ampia diffusione il castagno e la quercia sulle alture, mentre sulle colline prevalgono ulivi, vigneti e alberi da frutta. Ricco è anche il sottobosco, soprattutto in autunno, quando è popolato da numerose specie di funghi, tra il pregiato porcino.

Allo stesso modo nel parco è cospicua la fauna: per quanto riguarda i volatili ci sono il cuculo, il picchio, la civetta, il gufo, il merlo, il corvo, i falchi e le cicogne, oltre ad esemplari rarissimi e di grande interesse, come l’airone rosso. Troviamo inoltre la volpe, il cinghiale, il tasso, la faina, la lepre e tanti altri piccoli mammiferi.

Dalle alture del vulcano si godono paesaggi suggestivi che spaziano dalla pianura campana al basso Lazio, estendendosi fino alle isole del Golfo di Napoli e a quello di Gaeta.

 

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Oltre al parco si possono visitare i molti borghi presenti nell’area, tra tutti la suggestiva Sessa Aurunca, un importante centro storico ricco di arte e cultura con monumenti di età romana, medievale e barocca come il Teatro Romano.

Il Parco è liberamente visitabile, occupando un’area molto estesa e diversi comuni.

Il Parco racchiude un’area estremamente suggestiva: ci si può perdere passeggiando tra i boschi secolari di castagni e tra i borghi medievali che lo circondano; si possono assaporare i prodotti tipici, le castagne e le tante varietà di funghi locali, vivendo tradizioni gastronomiche uniche nella loro semplicità; si possono sorseggiare i vini prodotti localmente, dai sapori fruttati e dai gusti decisi; si può partecipare a feste e sagre di paese, che rievocano antichi folklori e tradizioni popolari.

 

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Dunque il Parco Regionale Roccamonfina – Foce Garigliano è una terra di grande ospitalità e di storia, che offre ai suoi visitatori una natura rigogliosa ed incontaminata, oltre che luoghi ricchi di arte, archeologia e tradizioni.

 

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I giochi della tradizione

Oggi vi parleremo di un argomento estremamente interessante che appartiene alla nostra cultura popolare, i giochi della tradizione, grazie ai dati raccolti dal Prof. Raffaele Montoro, Simona Corrado Mancino e Antonella Martina Vicidomini in occasione dell’Open Data Challenge che ha coinvolto la città di Nocera Inferiore qualche mese fa.

Prima di presentarvi e analizzare i dati raccolti, vogliamo introdurre brevemente la storia e le origini dei giochi e la loro evoluzione.

Nel linguaggio attuale, il termine gioco viene associato a vari significati. In genere, comunque, per gioco si intende una attività liberamente scelta, praticata singolarmente o in gruppo da adulti e bambini allo scopo di svagarsi e divertirsi, sviluppando ed esercitando nello stesso tempo capacità fisiche, manuali e intellettive. Infatti, il gioco è un’attività molto utile che consente di rafforzare e di affinare, in maniera piacevole, le potenzialità del corpo e della mente.

Le origini del gioco sono antichissime e, come testimoniano vari ritrovamenti archeologici, diversi passatempi ancora oggi molto popolari hanno una storia millenaria. Analizzando gli affreschi e i mosaici antichi ospitati nei vari musei del mondo è possibile notare come gran parte degli attuali strumenti di gioco abbia un’origine molto remota.

Alcuni oggetti quali palle, corde, trottole, birilli ecc. erano già utilizzati migliaia di anni fa dai nostri antenati in tutto il mondo. Anche giochi più elaborati, come gli scacchi, il backgammon e il mah‒jong sono nati molto tempo fa.

In particolare, tra i resti della città di Ur, in Mesopotamia, è stata ritrovata una scacchiera con dadi e pedine, risalente al 2500 a.C. circa. Purtroppo non è possibile ricostruire con esattezza le regole di gioco del tempo poiché, nel passato, il gioco era considerato come una attività semplicemente di svago, dunque non vi sono molte testimonianze scritte a riguardo.

Una svolta significativa nella storia del gioco si è verificata con l’avvento della rivoluzione industrial, nella metà del XVIII secolo, quando sorsero le prime aziende costruttrici di giocattoli. Prima di allora, questi oggetti erano realizzati solo a livello artigianale e in quantità limitate.

Altre notevoli innovazioni che hanno contribuito all’evoluzione del gioco possono essere considerate l’ideazione dei cruciverba nel 1913, dei giochi in scatola nel 1935 e dei videogiochi nel 1971.

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In effetti, a partire dagli inizi degli anni ’70, con la diffusione dei videogiochi,  i giochi “di una volta” sono entrati sempre più in disuso fino a diventare semplici ricordi dei nostri nonni e della loro infanzia.

Tutto allora era semplice e sereno,

la vita si godeva nel suo pieno.

Giochi senza pretese,fatti di niente

ed erano tutto istinto e ardore,

fatti solo di entusiasmo e amore.

I giochi avevano una stagione:

d’estate la strascia, a primavera

si giocava tutti con l’aquilone:

si stava all’aperto fino a sera.

Gare di corsa e salti nell’inverno:

era un moto continuo e salutare

sempre a correre e a saltare.

Gaetano Giacinto Mancusi

 

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Eppure questi giochi racchiudono degli aspetti socio-culturali estremamente rilevanti e soprattutto hanno delle caratteristiche specifiche in base al luogo in cui venivano praticati. In particolare, i dati presi in considerazione riguardano il territorio campano. Le modalità di gioco, le regole e gli stessi nomi dei giochi, infatti, variano a seconda delle località.

 

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Gli oggetti, come abbiamo già visto, sono sempre stati utilizzati per giocare, fin dall’antichità. Tuttavia, molti giochi non prevedevano l’utilizzo di uno strumento ma piuttosto la presenza di altri partecipanti.

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Infatti, proprio come accade oggi con le console e i videogiochi online, i giochi potevano essere praticati singolarmente o in team e alcuni di loro richiedevano un numero minimo di partecipanti per poter essere intrapresi. 

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Il gioco, oggi, è considerato un’attività estremamente importante per l’uomo, capace di combattere la noia e la depressione. In particolare, i giochi di una volta costituiscono la memoria dell’uomo, della sua evoluzione ed è importante conservarne traccia poiché appartengono al nostro patrimonio storico-culturale.

 

 

Top 3 – I Parchi di interesse storico artistico in Campania

L’Italia è un immenso museo all’aperto. Il suo enorme patrimonio culturale conta più di 3400 musei, circa 2000 aree e parchi archeologici e 53 siti Unesco.

Si occupa della loro tutela il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, noto con l’acronimo MIBACT. Questo ministero, infatti, è preposto proprio alla tutela e conservazione della cultura, dello spettacolo, del patrimonio artistico e culturale e del paesaggio, e alle politiche inerenti al turismo.

Sono circa 6400 i siti che sono gestiti dal MIBACT. Si tratta di luoghi della cultura, sia pubblici che privati, che comprendono aree e parchi archeologici, monumenti, archivi, biblioteche, teatri, i complessi monumentali e le altre strutture espositive permanenti destinate alla pubblica fruizione.

Di questi siti, 355 sono in Campania: 232 musei, 31 monumenti, 20 aree archeologiche, e altri 72 divisi in 10 tipologie.

 

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In questo excursus ci vogliamo concentrare sui 3 parchi di interesse storico artistico della regione Campania, che spiccano tra gli 11 in tutta Italia.

Parco della Reggia di Caserta

Il Parco della Reggia di Caserta è uno dei parchi più belli d’Europa, protetto dall’Unesco come patrimonio dell’umanità.

Il Parco Reale, progettato da Luigi Vanvitelli (1700-1773) e completato dal figlio Carlo (1739-1821), si ispira ai modelli delle grandi residenze europee del tempo come Versailles o il Palazzo Reale della Granja di San Ildefonso.

L’enorme parco di 120 ettari, che si sviluppa in lunghezza per circa 3 km, è solo una versione ridotta di quello che Luigi Vanvitelli aveva progettato: dopo la sua morte, avvenuta nel 1773, subentrò il figlio Carlo che mostrò al nuovo re Ferdinando IV un nuovo progetto, una versione ridotta del progetto di suo padre. Infatti, le difficoltà economiche e l’esigenza di completare i lavori più rapidamente, costrinsero a ridurre il numero delle fontane nella seconda parte del parco.

Una significativa variazione al progetto iniziale è stata anche la costruzione del giardino voluto dalla regina di Napoli, Maria Carolina, seguendo la moda proveniente dall’Inghilterra, e perciò detto Giardino Inglese.

Tuttavia fu mantenuto invariato l’aspetto generale e, soprattutto, lo spettacolare canale lungo 3,3 km pieno di fontane e piscine terminanti con l’imponente cascata, che evidenzia lo stupefacente effetto cannocchiale creato da Luigi Vanvitelli: un enorme viale completamente dritto che parte da Napoli e termina nella parte superiore della cascata situata nella parte finale del parco della reggia.

Le fontane del parco sono alimentate dall’Acquedotto Carolino, che fu inaugurato nel 1762 da re Ferdinando IV. Quest’opera, che attinge l’acqua a 41 km di distanza, è per la maggior parte costruita in gallerie, che attraversano 6 rilievi, e 3 viadotti.

Il Giardino all’Italiana

Si accede al parco in corrispondenza del centro della facciata posteriore del palazzo, da cui si dipartono due lunghi viali paralleli fra i quali si interpongono una serie di suggestive fontane che, partendo dal limitare settentrionale del giardino all’italiana, collegano a questo il giardino all’inglese:

  • la Fontana Margherita;
  • la Vasca e Fontana dei Delfini;
  • la Vasca e Fontana di Eolo;
  • la Vasca e Fontana di Cerere;
  • Cascatelle e Fontana di Venere e Adone;
  • La fontana di Diana e Atteone, sovrastata dalla Grande Cascata.

Le vasche sono popolate da numerosi pesci, specialmente carpe e carassidi, e vi vegetano piante acquatiche delle specie Myriophyllum spicatum e Potamogeton crispus.

Nell’area del giardino all’italiana, sulla sinistra, si sviluppa il Bosco Vecchio, parte del precedente giardino rinascimentale degli Acquaviva, dove si incontrano la Peschiera e la Castelluccia, luoghi di divertimento e svago per principi e sovrani: la prima era il luogo in cui Ferdinando IV si dilettava con piccole battaglie navali; la seconda, prima che fosse adibita ad abitazione per scampagnate, era il centro delle finte battaglie terrestri.

Il Giardino all’Inglese

L’area del giardino all’inglese, realizzata da John Andrea Graefer, è caratterizzata, invece, dall’apparente disordine “naturale” di piante (molte le essenze rare e, comunque, non autoctone), corsi d’acqua, laghetti, “rovine” secondo la moda nascente derivata dai recenti scavi pompeiani.

Spiccano 3 elementi:

  • il bagno di Venere;
  • il Criptoportico;
  • i ruderi del Tempio dorico.

Il parco è stato utilizzato diverse volte come sfondo per film e serie tv: George Lucas ha girato diverse scene dei primi due episodi di Guerre Stellari; J.J. Abrams vi ha ambientato alcune scene di Mission: Impossibile 3; vi sono state girate alcune scene di Angeli e Demoni.

Il Parco è visitabile tutti i giorni, tranne il martedì, dalle ore 8.30. L’orario di chiusura è variabile, a seconda del periodo dell’anno, dalle 15.30 alle 19.00.

 

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Parco di Capodimonte

Il parco di Capodimonte, già Real parco di Capodimonte, è un parco cittadino di Napoli, ubicato nella zona di Capodimonte, antistante l’omonima reggia.

Ha un’estensione di 134 ettari, con circa 400 entità vegetali classificabili in 108 famiglie e 274 generi. Grazie al suo clima mite e all’attività di rinomati botanici, infatti, sono state impiantate qui molte specie rare ed esotiche tra le quali canfora e camelie provenienti dall’Asia, magnolie e taxodi delle Americhe ed eucalipti australiani.

Esso nasce come riserva di caccia nel 1734, ad opera di Ferdinando Sanfelice, uno dei più grandi architetti del tardobarocco napoletano, che immagina due sezioni distinte per stile e funzione: il giardino vero e proprio nell’area intorno alla Reggia, con ampie aperture panoramiche sul golfo di Napoli, e il bosco per la caccia, disseminato di statue, grotte e costruzioni destinate a usi diversi, come la chiesa, le manifatture e le aziende agricole.

Sanfelice realizza un parco di grande impatto visivo e prospettico, sia classico, dalla visione illuminista, sia scenografico, rifacendosi all’influsso dell’epoca tardo barocca; ci sono inoltre aree panoramiche con vedute su Posillipo, sulla collina di San Martino ed sul Vesuvio; si provvede inoltre al restauro di tutte le strutture presenti nel parco, adibite ad abitazioni, chiese, fabbriche o aziende agricole.

All’interno del suo perimetro si contano sedici architetture tra residenze, casini, fabbriche artigiane, depositi e chiese, oltre a fontane e statue, dispositivi per la caccia, orti e frutteti ed un cimitero, quello dei Cappuccini dell’Eremo.

Attualmente il Real Bosco si compone di quattro aree principali:

  • Giardino Paesaggistico: si tratta dello spianato che circonda la Reggia, che offre ai visitatori lo straordinario panorama del Belvedere, che si apre sulla città e sul golfo di Napoli. All’interno di questo spazio si ritrovano le alte palme delle Canarie, volute dai Savoia tra il 1878 e il 1900, e la fontana, composta da maestose figure e delfini in marmo bianco, realizzata dallo scultore Antonio Belliazzi.
  • Giardino Anglo-Cinese: si tratta di un giardino creato nel 1840 da Friederich Dehnhardt ad imitazione della natura, ricco di armonie di praterie e boschetti con alberi secolari. All’interno si trovano rari esemplari esotici, come il Canforo, il Cedro del Libano e la Melaleuca (detta “albero della carta”).
  • Giardino Tardo Barocco: un giardino ispirato a quello barocco, dall’impianto architettonico e geometrico. Delineato nel 1735-1736 da Antonio Canevari, l’impianto fu ultimato da Ferdinando Fuga verso il 1760-1770. Dall’emiciclo partono cinque viali, che si irradiano a ventaglio nel bosco.
  • Giardino Paesaggistico Pastorale: risalente al 1835 e creato dai botanici Gussone e Dehnhardt che hanno rimodellato il terreno creando finte colline e praterie, macchie a bosco ed alberature isolate, esotiche o autoctone. Un paesaggio pastorale in cui sopravivvono edifici monumentali come l’antica Fabbrica della Porcellana di Capodimonte (1744-1759) e la chiesa di San Gennaro.

Fortemente danneggiato durante la seconda guerra mondiale, tra il 1966 ed il 1967 viene restaurato, in occasione dell’inaugurazione del Museo Nazionale di Capodimonte, e aperto come parco pubblico, seguito da nuovi interventi tra il 1990 ed il 2000

L’ingresso al parco è libero: nei mesi di novembre, dicembre e gennaio apre alle 7.45 e chiude alle 17.00; nei mesi di ottobre, febbraio e marzo chiude un’ora dopo; nei mesi di aprile, maggio, giugno luglio, agosto e settembre chiude alle 19.30.

 

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Parco e Tomba di Virgilio

Il Parco Vergiliano a Piedigrotta (altrimenti detto Parco della tomba di Virgilio), da non confondere con il parco Virgiliano del quartiere Posillipo, è un parco di Napoli, situato in salita della Grotta, nella zona di Piedigrotta, dietro l’omonima chiesa; esso racchiude una parte delle pendici orientali del promontorio di Posillipo, dal nome greco Pausilypon (“pausa del dolore”) dato alla splendida villa romana che sorgeva sulla collina per indicare la pace e la quiete ivi esistenti.

A differenza dell’altro giardino, il Parco Vergiliano di Piedigrotta non viene utilizzato per fare picnic e correre all’aria aperta, ma è un luogo di grande cultura in cui ammirare le tombe di alcuni dei più grandi artisti di sempre, tra cui sicuramente spicca quella di Virgilio.

Il poeta, infatti, ha vissuto a lungo a Napoli e addirittura nel Medioevo si era diffusa la credenza che fosse tra i patroni della città, che gli attribuiva poteri magici e la leggenda dell’uovo che dà il nome a Castel dell’Ovo.

La sua tomba si trova in una posizione sopraelevata, chiamata colombario per le nicchie scavate al suo interno. Sul mausoleo compare il famoso epitaffio con l’iscrizione

“Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope; cecini pascua, rura, duces”

(Mantova mi generò, la Calabria mi rapì, e ora mi tiene Napoli; cantai i pascoli, i campi, i condottieri).

Altra tomba di rilievo, ospitata nel parco dal 1939, è quella di Giacomo Leopardi, morto a Napoli e sepolto inizialmente nella chiesa di San Vitale Martire a Fuorigrotta, oggi scomparsa. A dimostrare la veridicità della tomba, vi si può notare una incisione su pietra con il nome del poeta, firmata da Vittorio Emanuele III.

Nelle sue vicinanze si può, poi, ammirare sia il primo monumento sepolcrale posto nella chiesa, sia la lapide che reca la sanzione da parte di Umberto I della legge, approvata nel 1897, per cui la tomba del poeta era dichiarata monumento nazionale.

Continuando il percorso all’interno del parco, più avanti, sulla destra, si incontra la Crypta Neapolitana, detta anche Grotta di Pozzuoli o di Posillipo: una imponente galleria di epoca romana che collega Mergellina a Fuorigrotta e che, secondo la leggenda, fu costruita dallo stesso Virgilio. In realtà la galleria fu costruita in età augustea da Lucius Cocceius Aucto, architetto di Agrippa ed ammiraglio di Ottaviano.

La crypta è del tipo a colombario con tamburo cilindrico su un basamento quadrangolare, in cui è ricavata la cella funeraria a pianta quadrata con volta a botte, illuminata da feritoie e dotata di dieci nicchie per ospitare le urne cinerarie. Risulta scavata interamente nel tufo, per una lunghezza di 70 metri, una larghezza di 4,50 metri ed una altezza di 5 metri, rischiarata e ventilata da due pozzi di luce obliqui, e da un sistema di illuminazione costituito da lanterne sorrette da funi tese tra pali.

In seguito alle opere di allargamento ed abbassamento del piano stradale, nonché di pavimentazione stradale, la grotta ha perso buona parte della sua antica fisionomia ma, ancora oggi, si possono vedere due nicchie affrescate.

Oggi, ne è visitabile solo un tratto, mentre il resto è in fase di restauro.
L’accesso al Parco Vergiliano è sempre gratuito, con orari che variano a seconda dei mesi: nei mesi invernali è aperto dalle 10.00 alle 14.50; nei mesi estivi dalle 9.00 alle 19.00.

Insomma, 3 luoghi ricchi di storia, cultura e arte. Non vi resta che visitarli!

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Le insolite suggestioni del Piedirosso

Dopo l’Aglianico, il Piedirosso è il vitigno autoctono a frutto rosso più diffuso in Campania. La sua zona di coltivazione principale sono i Campi Flegrei, dove rappresenta il vitigno prevalente.

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Il suo nome dialettale, Per’ e palummo, deriva dalla forma e dal colore rosso degli acini che ricorda la zampa dei colombi, anche se è stato conosciuto per molti anni come Piede di Palombo: il vitigno sarà conosciuto come Piedirosso solo dal 1909.

Il Piedirosso ha origini antichissime ed era già noto ai tempi della Campania felix di Orazio e viene decantatato come nettare prelibatissimo nel Naturalis Historiae di Plinio.

Le caratteristiche che questo nobile vitigno esprime nei Campi Flegrei sono uniche se non rare: è molto vigoroso, con maturazione medio-tardiva nei primi 20 giorni di ottobre. Le rese sono nella media o basse, ma costanti. Presenta grappoli di dimensioni medio-grandi, a forma piramidale e a spargolo. I chicchi sono di media grandezza, sferici, con alte concentrazioni di pruina sulla spessa buccia di colore rosso-violaceo. Inoltre una sua caratteristica è la bassa e delicata componente tannica, che lo rende poco adatto all’affinamento in legno.

 

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Possiamo trovarlo vinificato in purezza oppure in uvaggio con altri vitigni locali quali l’Aglianico o lo Sciascinoso. In Campania è coltivato soprattutto nelle province di Napoli e Caserta. La produzione è consentita per la denominazione Campi Flegrei sul territorio dei comuni di Procida, Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida e Quarto e parte di Marano di Napoli.

 

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Il vino che si ottiene dal vitigno Piedirosso è di colore rosso rubino, intenso. Al palato è fruttato, floreale, tannico, fine. È un vino che si beve facilmente e piacevolmente. È un vino decisamente secco e di buona sapidità, che si abbina al meglio con paste al pomodoro, parmigiana di melanzane, carni bianche al forno con patate, ma è adatto anche alla cucina di mare, zuppe di pesce.

 

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Caratteristiche organolettiche:

Rosso
• colore: rosso rubino più o meno intenso, tendente al granato con l’invecchiamento
• odore: intenso caratteristico
• sapore: asciutto, armonico
• titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50%. Il riserva ha un titolo alcolometrico totale minimo non inferiore al 12% dopo un periodo di invecchiamento di due anni.

Rosato
• colore: da rosa tenue a rosa cerasuolo
• odore: intenso, complesso, fine, fruttato
• sapore: secco, morbido, fresco, sapido
• titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50%

Passito
• colore: rosso rubino più o meno intenso, tendente al granato con l’invecchiamento
• odore: intenso, gradevole,caratteristico
• sapore: dal secco al dolce, armonico, morbido, caratteristico
• titolo alcolometrico volumico totale minimo: 17,00%, di cui almeno il 12,00 % per il dolce e 14,00% per il secco

Premiazione Open Data Challenge “Caccia ai tesori di Nocera”

NOCERA INFERIORE. Quaranta cittadini suddivisi in dodici gruppi si sono sfidati a “colpi” di dataset decretando il successo della prima edizione dell’Open Data Challenge, caccia ai tesori di Nocera.

I gruppi de I giochi di una volta e le Cartelle cliniche dell’ex Ospedale Psichiatrico Vittorio Emanuele II di Nocera Inferiore si sono aggiudicati le vittoria di questa competizione digitale ideata nell’ambito di Hetor, Open Data Per il Patrimonio Culturale della Campania.

La cerimonia di premiazione si è svolta presso l’aula consiliare del comune di Nocera Inferiore, lo scorso venerdì 23 febbraio alla presenza del sindaco Manlio Torquato e del prof. Vittorio Scarano. Il successo dell’iniziativa è stato possibile anche grazie alle strutture messe a disposizione dalla biblioteca comunale diretta da Nicla Iacovino.

Due, quindi, i temi che hanno destato interesse per la giuria conquistando la prima piazza.

Simona Corrado Mancino, Raffaele Montoro e Antonella Martina Vicidomini, si sono occupati dei giochi di una volta. L’argomento si è rivelato originale e legato alle tradizioni locali. Ha colpito anche la perfetta interazione tra i componenti del gruppo che hanno sperimentato in modo proficuo la collaborazione tra individui di diverse generazioni.

Rossella Greco, Candia Carrino e Giuseppina Salomone, invece, hanno lavorato sull’archivio storico dell’ex ospedale psichiatrico. Il dataset ha reso accessibile una porzione di dati che valorizzano un patrimonio sconosciuto alla maggioranza dei cittadini.

Valentina Ruggiero si è classificata al secondo posto con L’industria nocerina dall’Unità d’Italia al miracolo economico. Un dataset ricco di informazioni frutto di una ricerca capillare che si è giovata anche del materiale custodito nell’archivio storico comunale. Rocco Vitolo, infine, al terzo posto con La stampa locale dall’Unità d’Italia ad oggi. Si tratta di un ricco catalogo con i titoli di tutte le testate (periodici, settimanali, mensili) pubblicate a Nocera Inferiore dal Novecento fino ai giorni nostri. La raccolta offre una visione inedita della città dal punto di vista storico, culturale e sociale.

Hanno ricevuto una menzione i gruppi de la Mappatura delle Edicole votive di Nocera Inferiore (Concetta Barba, Francesca Fortino, Gerardo Landino e Salvatore Oliva) dei Detti e parole antiche (Concetta Castorelli e Sara Ragone) e dei Marchi di Fabbrica dell’Azienda Forino (Angelo Forino, Antonio Forino, Fabio Forino e Pierluigi Amore). Per il carattere internazionale della ricerca e per l’argomento inedito una menzione speciale al gruppo de la Società di Mutuo Soccorso Nocera Inferiore e Superiore di New York (Chiara Granito, Rosaria Revellini, Carmine Scarpa e Mario Scarpa).

 

 

L’elenco completo di tutti i dataset realizzati per la challenge è consultabile sul potale di Hetor all’indirizzo www.nocera-inferiore.hetor.it, una pagina dedicata a tutte le attività svolte a Nocera Inferiore. Un modo per promuovere tutte le iniziative messe in campo con ai nastri di partenza la seconda edizione della challenge con l’obiettivo di coinvolgere altri cittadini per far emergere dai meandri della storia nuove informazioni sul patrimonio culturale cittadino.

L’Oasi protetta di Persano

Nel cuore della Riserva naturale Foce Sele – Tanagro si trova l’Oasi WWF di Persano, dichiarata zona umida di importanza Internazionale dalla Convenzione di Ramsar.

L’area è situata nei Comuni di Serre e Campagna (SA) ed ha un’estensione di 110 ettari, 70 dei quali occupati dal bacino idrico. L’Oasi, infatti, è stata istituita nel 1981 intorno ad un lago artificiale formatosi in seguito allo sbarramento del fiume Sele.

La presenza della diga, ultimata nel 1934, e del bacino artificiale hanno contribuito ad un’evoluzione dei sistemi naturali, attivando una serie di fenomeni quali esondazioni di piccola portata, formazione di specchi d’acqua secondari ed ambienti di notevole interesse naturalistico.

Il Consorzio di Bonifica Destra Sele che gestisce la diga, nel 1980 ha affidato al WWF il compito della gestione naturalistica dell’area.

L’Oasi e la confinante Tenuta Militare di Persano formano una grande isola verde le cui caratteristiche naturali si sono mantenute pressoché inalterate.

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Gli insediamenti più antichi nella zona sono stati ritrovati nelle zone interne collinari e sembrano risalire alla media età del bronzo.

Ai tempi dei Romani, l’area già aveva una certa importanza, testimoniata dalla presenza del santuario di Hera Argiva; mentre in epoca coloniale fu teatro dei passi più significativi della storia di Posidonia-Paestum.

L’evoluzione del paesaggio della pianura alluvionale del Sele ha seguito per secoli le dinamiche del fiume, restando una zona pressoché invariata dal punto di vista vegetale e faunistico, fino alla fine del XIX secolo.

Infatti, nel ‘700, tale ricchezza vegetale e l’abbondanza di animali indussero i Borboni a eleggere Persano “sito reale”: l’area, dunque, divenne un territorio riservato alla caccia del re.

A partire dal 1885, con la bonifica della palude costiera, si sono avviate una serie di trasformazioni proseguite fino agli anni ’30. L’area di Persano, insieme a poche altre, è sfuggita alla trasformazione generalizzata del XX secolo, preservando i boschi umidi planiziali che ospitano una fauna particolarmente ricca di specie, anche rare come la lontra.

 

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L’area è conosciuta soprattutto per la presenza di questo animale, che costituisce il simbolo dell’Oasi e motivo principale della sua istituzione. Il bacino del Sele, infatti, è uno degli ultimi rifugi per la lontra, il mammifero terrestre più raro d’Italia e ad alto rischio di estinzione, che merita adeguate azioni di conservazione.

Tuttavia, la lontra non è l’unico animale che è possibile incontrare nell’area. L’Oasi, essendo un’area umida, costituisce un riparo ed un punto di ristoro per gli uccelli: finora sono state segnalate 184 specie.

Inoltre, all’interno dell’Oasi e nei suoi immediati dintorni si può apprezzare un diversificato mosaico vegetazionale costituito da un gran numero di ambienti erbacei, arborei ed arbustivi che sono alla base della grande biodiversità che caratterizza l’area.

E’ possibile visitare l’area accompagnati dalla guida, raggiungendo il Sentiero Natura all’interno del territorio protetto, lungo il quale vengono accompagnati i visitatori in base alle loro esigenze e conoscenze naturalistiche.

I periodi piu’ interessanti per le osservazioni sono l’autunno, quando si raggiunge la massima concentrazione di uccelli acquatici svernanti, e la primavera, quando il paesaggio si colora con le fioriture dei prati.

 

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Dal 1 Marzo, è possibile visitare l’Oasi secondo alcuni giorni e orari prestabiliti. In particolare:

  • per i gruppi organizzati e le scuole, è possibile fare delle visite guidate su prenotazione, tutti i giorni in orario da concordare. La visita dura circa due ore e mezza.
  • per il pubblico, è possibile effettuare le visite guidate tutti i giorni su prenotazione, dalle 10.00 alle 15.00 nel periodo invernale (ottobre-maggio) e dalle 9.00 alle 17.00 nel il periodo estivo (giugno-settembre).

Per fotografi e birdwatcher sono previsti ingressi eccezionali, in alcuni periodi, da concordare con la direzione.

Per maggiori informazioni, potete visitare la pagina Facebook dedicata all’Oasi.

 

 

Alla scoperta del Castello dei Conti di Acerra

Il complesso monumentale del Castello dei conti di Acerra sorge ai margini del centro storico, nell’omonima piazza. Più precisamente, esso si trova sull’estremità nord del quadrilatero dell’antico impianto urbanistico di origine romana, appena fuori dalle mura.

Il nucleo centrale, dalla particolare pianta semicircolare, infatti, sorge sui resti di un teatro romano, come testimoniamo strutture murarie dell’epoca in opus reticulatum e opus listatum, e alcuni reperti (come cocci e parti di colonne) rinvenuti all’interno nel corso di alcuni lavori di consolidamento delle fondazioni eseguiti negli anni ’80. La costruzione di un edificio difensivo sui resti del teatro romano avvenne, molto probabilmente, ad opera dei Longobardi come testimonia un documento dell’anno 826 d.C. “…In quest’anno Acerra appartenne di bel nuovo ai Longobardi, i quali vi avevano edificato un Castello”.

Il Castello fu distrutto poco dopo dagli stessi longobardi, fino a farne perdere qualsiasi traccia per diversi secoli. Le prime notizie, infatti, arrivano solo nel XII secolo, quando Manfredi, figlio di Federico II di Svevia, spedisce dal castello di Acerra un decreto all’arcivescovo Cesario di Salerno.

 

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Nel XV secolo viene ristrutturato e, poco dopo, durante il conflitto tra la contea di Acerra e il Regno di Napoli, il castello viene danneggiato. Un documento del 1481 ci descrive il Castello che risultava essere già allora molto simile a come appare oggi, probabilmente restaurato dal Conte Origlia poco prima del 1412 e successivamente all’assalto di Alfonso D’aragona.

Bisogna aspettare, poi, il XVIII secolo per un ulteriore abbellimento della struttura. Nello specifico, fu in occasione del matrimonio di Maria Giuseppa de Cardenas, ultima contessa di Acerra, ed il generale Francesco Pignatelli che si procedette alla ristrutturazione del pavimento (decorato con gli stemmi delle famiglie). Nello stesso periodo venne realizzato il ponte fisso (che sostituì quello mobile) poggiato su due archi in murature, le sale ad est e ad ovest, e il relativo ingresso coperto prima dell’androne.

Nel 1806, in seguito all’abolizione della feudalità, il castello divenne proprietà privata dei Cardenas, diventando così abitazione e mantenendo questo stato fino al 1920, quando il Castello venne acquistato dal Comune che lo utilizzò come sede amministrativa fino ai primi anni ’90.

Alla struttura, parzialmente circondata dall’antico fossato, vi si accede tramite un ponte fisso a due piloni, realizzato alla fine del ‘700; subito dopo vi è la porta di ingresso, l’unico varco nella murazione che circonda l’edificio.

L’ingresso, coperto da volte a botte (che presentano ancora tracce di affresco), permette l’accesso ad un primo spazio aperto: sul lato destro c’è una scala che porta al camminamento sulle mura; a sinistra una sala con due pilastri centrali, coperta da volte a vela.

A destra dell’androne domina un’imponente torre semicircolare che si configura come il mastio del complesso: in alto si possono notare le feritoie dalle quali si calavano le sentinelle in caso di attacco.
Da qui si accede alla scala che porta ai piani superiori: al secondo piano, in particolare, si trova il salone utilizzato come Sala Consiliare, in cui è esposto uno stemma che era precedentemente affisso sul portale d’ingresso.

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Dall’androne si accede anche al cortile interno, delimitato a nord da un muro a forma semicircolare. Tale particolare trova spiegazione dal fatto che il Castello fu costruito sui resti di un antico teatro romano del I secolo, di cui è ancora visibile parte della scena nei sotterranei dell’ala est.
L’affascinante scoperta, svoltasi sotto l’egida della dottoressa Giampaola nel 1982, ha portato alla luce numerosi reperti ed elementi che decoravano la scena.

Tuttavia gli scavi non hanno riportato in luce la cavea e l’orchestra che dovrebbero svilupparsi, con buona probabilità, sotto il cortile e il giardino. Di recente, i soci dell’Archeoclub si sono prodigati nella ripulitura da materiali cartacei ed altro della zona archeologica, rendendo quindi possibile la visita agli scavi.

Oggi esso ospita importanti istituzioni culturali quali la Biblioteca Comunale, la Civica Scuola di Musica ed il Museo Civico articolato in tre sezioni: Archeologica, del Folklore e della Civiltà Contadina, della Maschera di Pulcinella.
Secondo la tradizione, riportata da un testo del ‘500, e un famoso dipinto attribuito a Ludovico Carracci, la città ha dato i natali alla maschera di Pulcinella, motivo per il quale all’interno del castello è stato inaugurato nel 1993 il monumento a Pulcinella e il museo a lui dedicato.

 

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San Michele Arcangelo al Monte Faito

Il santuario di San Michele Arcangelo a Faito è un santuario rupestre ubicato a Vico Equense, in provincia di Napoli, appunto sul Monte Faito.

Sicuramente tra le più belle chiese della costiera, dal santuario si gode di uno spettacolare panorama che parte da Capri ed arriva fino a Napoli ed oltre, scorgendo in lontananza anche la provincia di Caserta.

 

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Le origini del santuario sono antichissime: si dice sia stato costruito nei pressi del luogo dove, verso la fine del VI secolo, si raccolsero in meditazione e preghiera i Santi Catello e Antonino.

E infatti la nascita di questo luogo di culto è legata proprio alle figure di questi due Santi: Sant’Antonino, scappato dall’abbazia di Montecassino a seguito del saccheggio da parte dei longobardi, verso la fine del VI secolo arrivò a Stabia, dove il vescovo del tempo Catello gli affidò la diocesi, per ritirarsi alla vita contemplativa sul monte Faito.

Poco dopo, lo raggiunse lì anche Antonino, sia per desiderio di meditazione e per dedicarsi alla vita contemplativa, sia per avvicinarsi a buona parte della popolazione della zona, che, a causa delle incursioni longobarde, aveva deciso di rifugiarsi sulle pendici della montagna.

Una notte, San Michele arcangelo apparve in sogno ai due Santi, ordinando loro la costruzione di una cappella in suo onore che fu costruita in pochissimo tempo, sulla cima più alta dei monti Lattari, ossia Monte Sant’Angelo.

Grazie anche all’aiuto del Pontefice, la chiesa fu migliorata, divenendo meta di numerosi pellegrinaggi e ricevendo nel 1392 il titolo di abbazia.

 

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Sicuramente contribuì ad aumentare la fama e la notorietà del luogo il miracolo della sudorazione della manna dalla statua di San Michele, presentatosi per la prima volta nel 1558: la storia racconta che, durante l’invasione dei turchi a Sorrento, nel 1558, un gruppo di fuggitivi, riusciti a scampare al saccheggio e alla prigionia, si rifugiò sul Monte Faito per chiedere l’aiuto del santo, il quale fece sgorgare dalla statua gocce di sudore ed il giorno dopo la città fu liberata dagli invasori.

L’evento miracoloso si ripeté spesso negli anni successivi, rendendo questo luogo di culto vera e propria meta di pellegrinaggio per fedeli e devoti.

Ma gli eventi miracolosi non si conclusero qui.

Più in là negli anni, in occasione della festività di San Catello, il 19 Gennaio, il sacerdote Giuseppe Cerchia si recò in visita presso l’abbazia trovando davanti a sé un sorprendente spettacolo: il prato intorno alla chiesa era ricoperto di tulipani, fiore inconsueto sia per l’altezza che per la stagione. I fiori furono raccolti e mostrati alla popolazione, visti come segno divino della presenza del Santo.

Con il passar degli anni il santuario fu distrutto e ricostruito più volte, sia a causa di eventi naturali che a causa di saccheggi da parte dei briganti, finché vi cessò ogni forma di pellegrinaggio e cadde in rovina: la statua di San Michele, pesantemente vandalizzata e deturpata, fu recuperata e portata nella cattedrale di Castellammare di Stabia, dov’è custodita ancora oggi.

Bisognerà aspettare il XX secolo per vedere nuovamente avviati i lavori di costruzione del nuovo santuario, anche se in un luogo diverso da quello dov’era ubicata la vecchia abazia. La nuova chiesa fu consacrata il 24 settembre 1950, dopo una lunga interruzione dovuta allo scoppio della seconda guerra mondiale: tutti i mattoni che servirono per la costruzione furono portati dai devoti a piedi come dono a San Michele.

 

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Oggi il santuario rappresenta ancora un fondamentale luogo d’incontro per la popolazione del posto, tant’è che vi si recano a piedi in pellegrinaggio: la salita richiede due ore tra andata e ritorno, non presenta particolari difficoltà se non alcuni tratti di terreno ripido e roccioso.

Progetto Bellezz@ 2017 – Recuperiamo i luoghi culturali dimenticati

273 interventi in tutta Italia: oltre 150 milioni di euro per valorizzare i piccoli gioielli italiani

Per i beni culturali il 2017 si è chiuso in bellezza: il 29 dicembre è stato pubblicato l’elenco degli interventi approvati per recuperare i luoghi della cultura dimenticati.

Circa 150 milioni di euro sono i fondi approvati dalla Commissione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali per finanziare i 273 siti di interesse culturale, sparsi in tutte le regioni d’Italia.

La spesa e lo sforzo sono significativi: i fondi saranno adoperati per il recupero e la valorizzazione di siti storici dimenticati, trascurati o abbandonati, per far si che non vengano esclusi dalle bellezze che il nostro territorio ha da offrire, attraverso degli interventi ad hoc.

Risultano interessanti anche le modalità di candidatura di questi siti, che prevedevano segnalazioni dal basso: infatti i luoghi da valorizzare sono stati individuati grazie all’aiuto dei cittadini.

 

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Numerosi sono i siti culturali che verranno finanziati in Campania.

Tra le migliaia di progetti segnalati, 10 sono stati riconosciuti alla provincia di Salerno, 4 a Napoli, 3 ad Avellino, 2 a Caserta e 1 a Benevento, per un totale di circa 15 milioni di euro.

 

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Dai dati emerge che, nonostante il numero di siti finanziati in Campania sia minore rispetto alle prime due regioni in classifica (35 per la Toscana, 31 per la Lombardia contro i  20 per la Campania), il totale dei finanziamenti è tra i più alti a livello nazionale.

 

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La Provincia di Salerno è il territorio a cui è stata riconosciuta la fetta più grande dei finanziamenti della Campania, con oltre 10 milioni di euro totali.

Tra i progetti approvati c’è un maxi intervento presso la Villa Romana di Positano, stanziamento che permetterà di continuare gli scavi e, in Costiera Amalfitana, più precisamente nel comune di Praiano, dove i fondi saranno utilizzati per il progetto NaturArte. Per il Convento di San Francesco d’Assisi di Bracigliano,  piccolo comune della provincia, è stato finanziato un progetto da 94.632 euro che prevede il recupero e la valorizzazione della chiesa, luogo di incontro spirituale e, soprattutto, punto di ritrovo della comunità per eventi e manifestazioni.

Convento di San Francesco d’Assisi di Bracigliano

 

Tra gli interventi finanziati, anche tre progetti localizzati in provincia di Avellino per un totale di quasi 3,5 milioni di euro.

Nel dettaglio, a Vallesaccarda sono destinati 1.500.000 euro per la villa comunale; a Montemarano 1.683.000 euro per la Cripta medievale e la Cattedrale; a Fontanarosa 246.600 euro per Il “Carro”, un obelisco straordinario in legno, alto 28 metri, rivestito in paglia e montato su un carro agricolo che il 14 agosto viene tirato dai buoi in onore della Madonna della Misericordia, una delle manifestazioni più rappresentative  della cultura contadina dell’Irpinia.

 

Carro di Fontanarosa, 2015

 

Nella provincia di Napoli, tra i 273 siti di cui verrà sovvenzionato il recupero, troviamo il Sentiero della collina di Montevico “Progetto Mesa Lakkos”, che si è classificato al 53° posto con un finanziamento previsto di 116.000 euro. Un successo dell’Associazione Anusia che, dopo diversi tentativi, è riuscita finalmente nel suo scopo: ridare dignità a uno dei luoghi più sbalorditivi dell’isola d’Ischia.

 

Lacco Ameno – Isola di Ischia

Nella Penisola Sorrentina, parte dei finanziamenti è stata elargita per interventi su Villa Fondi de Sangro a Piano di Sorrento, mentre la restante parte è destinata alla Congrega del Corpo di Cristo, all’interno della Chiesa Collegiata di Santa Sofia a Giugliano e al Santuario Madonna degli Angeli di Cicciano.

 

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Gli interventi finanziari previsti nella provincia di Caserta sono destinati al Palazzo Ducale di Pietramelara e alla Fontana Carolina di San Tammaro, un tempo direttamente connessa al maestoso Acquedotto Carolino, edificata nella prima metà del 1700 per volere di Ferdinando di Borbone, in passato vittima di atti di vandalismo e che oggi versa oggi nel degrado più totale.

Nella provincia di Benevento i fondi, 356.714 euro, sono stati concessi ad un solo sito, quello delle vasche termali del Parco Bagni Vecchi di Telese Terme, meglio noto come Antiche Terme Jacobelli. Le terme furono fondate nel 1861 dal Cav. Achille Jacobelli e, dopo alterne vicende, furono abbandonate fino al 2008 quando vennero ristrutturate con fondi del P.O.R. Campania e vennero trasformate in un parco naturale. Con questo progetto si intendono risolvere alcuni inconvenienti tecnici, come l’oscillazione delle falde acquifere, che non hanno garantito il corretto funzionamento del sito.

 

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Questa iniziativa sembra andare in una direzione molto positiva per lo sviluppo territoriale in quanto sposta i riflettori dai grandi attrattivi verso siti meno conosciuti, che una volta visitati non lasciano indifferenti, valorizzando i luoghi della memoria delle comunità locali.

L’elenco completo è disponibile qui. Ma le informazioni mancanti sono ancora tante.

Contribuisci anche tu alla produzione di dati per la cultura!

Vai su Spod e partecipa alla discussione. E se sei interessato, puoi creare in prima persona i dati, collaborando alla rinascita di questi luoghi culturali dimenticati.

 

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Top 5 Agro Nocerino – Sarnese

I 5 prodotti tipici dell’Agro Nocerino – Sarnese

L’agro Nocerino – Sarnese, anche conosciuto come Valle del Sarno, è un’area della Campania situata nella piana del fiume Sarno, a metà strada tra Napoli e Salerno. I comuni che lo compongono ricadono in maggioranza nella provincia salernitana e solo due nella provincia di Napoli.

La zona, che rappresenta uno dei polmoni dell’agricoltura campana, comprende i comuni di Angri, Castel San Giorgio, Corbara, Nocera Inferiore, Nocera Superiore, Pagani, Roccapiemonte, San Marzano sul Sarno, San Valentino Torio, Sant’Egidio del Monte Albino, Sarno, Scafati e Siano.

In quest’area si coltivano numerosissimi prodotti tipici certificati, come il carciofo pignatella, la patata novella campana e la percoca gialla di siano ma oggi vi vogliamo parlare dei 5 che, a nostro avviso, rendono questo territorio davvero ricco.

 

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Pomodoro San Marzano D.O.P.

Iniziamo questa top 5 con uno dei prodotti immancabili sulle tavole e nei territori dell’agro: il pomodoro San Marzano D.O.P.
Il pomodoro San Marzano è una varietà di pomodoro riconosciuta come prodotto ortofrutticolo italiano a Denominazione di Origine Protetta a partire dal 1996 ai sensi del Reg. CE n. 2081/92, con Regolamento (CE) n. 1236/96.

Il nome proviene dalla città di San Marzano sul Sarno. Secondo le teorie più diffuse, infatti, il primo seme di pomodoro arrivò in Campania nel 1770 come dono del viceré del Perù al re di Napoli e fu piantato nell’area corrispondente all’attuale comune di San Marzano sul Sarno.
In questo territorio il pomodoro trovò una serie di fattori che gli consentirono di attecchire bene, come il clima mediterraneo, il suolo vulcanico ed estremamente fertile.

Questo prodotto si presenta come una bacca di forma cilindrica allungata non uniforme, di colore rosso molto acceso; la polpa è compatta e non contiene molti semi, mentre la buccia è molto sottile e facilmente staccabile.

Esso è conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo per le sue caratteristiche, che lo rendono particolarmente adatto non solo per l’utilizzo a crudo ma anche per gli usi dell’industria di trasformazione agroalimentare, nell’ambito della quale viene usato per preparare pelati e conserve alimentari.
Oltre ad essere molto utile in cucina, il pomodoro San Marzano possiede proprietà antiossidanti, vitamine e betacarotene.

Il Consorzio del Pomodoro San Marzano dell’Agro Nocerino Sarnese ha proposto nel 2017, con l’aiuto di alcuni deputati, il riconoscimento del pomodoro D.O.P. e dei siti di relativa produzione quali patrimonio culturale nazionale.

Nonostante la produzione principale ricada nella Valle del Sarno, tra i paesi produttori ci sono anche alcuni comuni della provincia di Napoli, come Striano, Poggiomarino e Pompei, e un comune della provincia di Avellino, Montoro.

Cipollotto Nocerino D.O.P.

Altro prodotto D.O.P. dell’Agro Nocerino – Sarnese, riconosciuto nel 2008, è il Cipollotto Nocerino. Di recente è stato costituito anche il relativo Consorzio di Tutela.

La zona di produzione del Cipollotto Nocerino D.O.P. è concentrata in 21 comuni: Angri, Castel San Giorgio, Nocera Inferiore, Nocera Superiore, Pagani, Roccapiemonte, Sarno, San Marzano sul Sarno, Sant’Egidio del Monte Albino, San Valentino Torio, Scafati, Siano, in provincia di Salerno. Boscoreale, Castellammare di Stabia, Gragnano, Poggiomarino, Pompei, Santa Maria la Carità, Sant’Antonio Abate, Striano e Terzigno nella città metropolitana di Napoli.

Esso viene prodotto nel territorio della Valle del Sarno da circa 2000 anni. Le prime testimonianze riguardano la Pompei antica: cipolle bianche e piccole, pressoché identiche a quelle riferibili al cipollotto Nocerino, sono raffigurate nei dipinti del Larario del Sarno, la cappella dove erano custoditi i Lari gli Dei protettori della Casa. All’interno del dipinto troviamo la raffigurazione del fiume Sarno, mitizzato con sembianze umane, il quale protegge la produzione dei cipollotti che vengono trasportati con una barca sulle sue acque fino alla città di Pompei. Anche a Pompei, infatti, come in Egitto e in Grecia, la cipolla era considerata una identità sacra, grazie ai suoi effetti benefici e curativi.

E’ chiaro che l’Agro Nocerino – Sarnese, per la sua origine vulcanica e l’elevata fertilità, fosse un territorio ideale per la produzione del cipollotto, che viene coltivato e commercializzato tutto l’anno.

Le sue caratteristiche sono la taglia medio – piccola, il bulbo di forma cilindrica, schiacciata ai poli, colore bianco delle tuniche interne ed esterne, colore verde intenso delle foglie, e il sapore dolce, che lo rende particolarmente indicato al consumo fresco. Inoltre, esso ha importantissime proprietà terapeutiche; è diuretico, depurativo, tonificante, ipoglicemizzante, ipotensore.

Per questi motivi il cipollotto è molto richiesto sui mercati nazionali ed internazionali, gustato quasi sempre fresco accanto ad insalate verdi o pomodori, ma anche ingrediente per primi piatti o per insaporire le portate.

Tra le antiche ricette, oggi divenute tipiche regionali, quella della Terrina Lucreziana (Patellam Lucretianam) che Lucrezio Caro citava nel suo De Rerum Natura.

 

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Arancia di Pagani

L’arancia di Pagani, chiamata Portualle ‘e Pagani in dialetto, è un tipo di arancia bionda coltivata nell’agro Nocerino-Sarnese e in particolare nei comuni di Pagani e S. Egidio di Monte Albino.

La sua coltivazione risale, con tutta probabilità, alla Cina anche se venne importata in Europa dai portoghesi nel XVI secolo e nel territorio della Valle del Sarno solo nel XIX. Documenti storici, infatti, attestano che in questa zona furono impiantati i primi aranceti specializzati nel 1845 con prevalenza di varietà di arancio biondo comune.

Della sua importazione ad opera dei mercanti portoghesi resta traccia anche nel suo nome in dialetto portualle, la cui etimologia accomuna il dialetto napoletano ad altre lingue, come il turco ed il greco, e dialetti, come il calabrese o il siciliano.

Le motivazioni sono da ricercare nella particolare predisposizione dei terreni, di origine vulcanica o alluvionale, sia nel clima particolarmente favorevole.

Ciò che distingue l’arancia di Pagani dalle altre varietà locali è la sua maturazione nella tarda primavera. Il colore della sua buccia va dall’arancio brillante ad un giallo tendente all’ocra.

La parte commestibile è costituita dal frutto che si consuma fresco oppure trasformato. Viene comunemente usato per fare spremute, marmellate, dolci, gelati, sorbetti, liquori, ecc. La buccia viene spesso tritata e usata come aroma in vari piatti; candita è ottima e viene utilizzata come ingrediente per numerosi dolci tradizionali specialmente del Sud Italia.

L’arancia di Pagani viene, inoltre, utilizzata anche per le sue numerose proprietà benefiche: è ricca di vitamine e sali minerali, è antiossidante ed utile in casi di disturbi intestinali e per il sistema immunitario. Inoltre il contenuto in zuccheri, rispetto ad altri frutti è relativamente basso, quindi può essere consumata con una certa tranquillità anche da persone sofferenti di diabete.

Finocchio di Sarno

Nei terreni dell’agro Nocerino – Sarnese, particolarmente fertili, si coltiva anche un altro prodotto che prende il nome proprio da questo territorio: il finocchio di Sarno.

Questo P.A.T., dalle pregevoli caratteristiche organolettiche, che derivano proprio dalla zona di produzione, è caratterizzato dal grumolo rotondo, di media pezzatura, con guaine molto spesse e carnose, interamente bianche.

E’ una varietà eccellente per quanto riguarda la produttività, la qualità e l’uniformità del prodotto, quasi privo di scarto. Si distingue per la consistenza lenta a montare, molto tollerante e resistente alle basse temperature. La sua semina avviene durante il mese di luglio mentre la raccolta tra novembre e dicembre.

Questo finocchio, di grande qualità, risulta essere molto apprezzato sul mercato, sia per il consumo a crudo che per essere brasato, lessato o gratinato, portando a tavola un contorno sostanzioso e ricco di sapore.

Si distingue dagli altri tipi di finocchio per l’utilizzo dei suoi semi, oltre che per la riproduzione, nel campo della farmacopea e della distilleria, mentre le stesse foglie vengono utilizzate per aromatizzare in cucina.

 

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Peperoncini Friarielli Noceresi

L’ultimo prodotto di cui vi parliamo in questa rubrica è il Peperoncino Friariello Nocerese.

È un peperone con frutti di forma corno-conica, con l’estremità schiacciata e plurilobata, si consuma di colore verde (frutto immaturo). Ha una pianta erbacea annuale, con fusto eretto e ramificazioni dicotomiche più o meno numerose; le foglie sono alterne, il colore verde più o meno intenso, lisce e glabre, di forma cordata. I fiori, bianchi, sono solitari e raggruppati. Il frutto è una bacca di dimensioni commerciali variabili tra i 6-12 cm di lunghezza e di larghezza.

Coltivato tra aprile e ottobre, e raccolto a mano, il Peperoncino Friariello Nocerese si distingue per il sapore dolce e l’aroma intenso.

Secondo la tradizione, questo peperone. è stato introdotto in Europa da Cristoforo Colombo, in seguito al suo secondo viaggio in America nel 1493. A seguito dell’opera di selezione da parte degli agricoltori furono probabilmente selezionati solo i peperoni privi di piccantezza, da cui deriva l’ecotipo “friariello Nocerese”.

Esso è consumato sia fresco che trasformato ma, generalmente, fritto in padella con olio e aglio.

Il nome di questo P.A.T., tuttavia, può trarre in inganno. In Campania, infatti, il nome friariello (con la “i”) indica le infiorescenze appena sviluppate dalla Cima di Rapa mentre il termine Friarello (senza “i”) indica i peperoni verdi di fiume, famiglia cui appartiene questo prodotto dell’agro Nocerino – Sarnese.

A questo punto i prodotti dell’Agro Nocerino – Sarnese non hanno più segreti per voi. Non vi resta che trovarli e assaggiarli!

 

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